La ricerca italiana che misura la coscienza invisibile
Quando il corpo tace e il cervello non risponde, come sapere se dentro c’è ancora qualcuno? È la domanda che guida la ricerca di Marcello Massimini, professore di Fisiologia all’Università degli Studi di Milano e Senior fellow del Canadian Institute for advanced research, tra i protagonisti, il 10 novembre, di “Sviluppo ed evoluzione: pensare al futuro”, ciclo di incontri promosso dall’Accademia delle Scienze e delle Lettere di Milano. Il suo gruppo lavora da anni su un metodo che permette di misurare la coscienza anche quando il comportamento non può rivelarla: il Perturbational complexity index (Pci).
Professore, che cosa intendiamo quando parliamo di coscienza in medicina?
La coscienza è tutto ciò che scompare quando ci addormentiamo di un sonno senza sogni o durante l’anestesia generale: quella presenza interiore che ci fa dire “io ci sono”. Tutti sappiamo cosa significa esserci o non esserci, ma tutto cambia quando dobbiamo valutarlo negli altri. La coscienza altrui non è direttamente osservabile: dobbiamo desumerla da segnali indiretti, come il comportamento. È il principio delle scale del coma: se il paziente reagisce, lo riteniamo cosciente; se non lo fa, lo consideriamo privo di coscienza. Ma questo metodo può fallire.
Quanto spesso accade che il comportamento inganni?
Le ricerche mostrano che circa un paziente su cinque classificato come non responsivo presenta in realtà una forma di coscienza residua. Si tratta di persone sveglie ma incapaci di muoversi o comunicare, come nei casi di “locked-in syndrome” o di stato di minima coscienza. In questi casi la coscienza c’è, ma non si manifesta. Serve allora un approccio che la misuri per ciò che è, non per ciò che fa.
Source link




