Marche

«La polemica sui caregiver. L’Isee non può essere un criterio di distinzione, il carico non pesa solo sui non abbienti»

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

La polemica sui caregiver. L’Isee non può essere un criterio di distinzione, il carico non pesa solo sui non abbienti

La polemica sui caregiver familiari in Italia, aggiornata al 2026, verte sulla insufficienza dei fondi stanziati nel nuovo disegno di legge, approvato a inizio 2026, rispetto alle reali necessità di sostegno economico e di tutele (come ferie e sostituzione) per chi assiste persone non autosufficienti. Sebbene il ddl sia visto come un primo passo per il riconoscimento, le critiche principali si appuntano sulla ristrettezza della platea dei dei beneficiari e sulla esiguità delle risorse.
In sintesi, la discussione marca il contrasto tra il riconoscimento formale della figura del caregiver e la scarsità di supporto concreto.
Si è soli comunque, nessuno capisce cosa vuol dire passare notti insonni in attesa che la terapia farmacologica faccia effetto e si vada avanti per tentativi, dovendo comunque, anche se part time, fornire il servizio lavorativo, nessuno sa cosa vuol dire non prendersi il permesso 104 perché non ti hanno comunicato il numero matricola dell’azienda…nessuno sa cosa vuol dire essere in depressione perché dai tutto e non ne hai più“. E ancora: “E a chi ha dovuto lasciare il lavoro? Dopo anni di caregiver, ci ammaliamo anche noi, il tempo passa, si invecchia…noi ci ritroviamo anziani, anni senza lavorare, chi ci riprende a 60/65 anni, di cosa campiamo…perché, cari politici, il lavoro massacrante del caregiver ti distrugge dentro e fuori, ti toglie l’entusiasmo, ti soffoca, hai voglia a dire si fa con tutto con amore, siamo esseri umani anche noi, dimezzatevi gli stipendi, toglietevi privilegi e vitalizi,e forse ci saranno più risorse per tutti“.

Dei due, quest’ultimo è il post più incisivo, che leggo su uno dei tanti gruppi “caregiver” Fb: il virus che infetta una società plutocratica stringe coi suoi tentacoli l’universo dei più fragili, decretando il fallimento del sistema. Chiude il cerchio chi scrive, padre – è noto alle persone che seguono questa rubrica- di un ragazzo autistico (il pezzo che segue è estrapolato da una mia richiesta, che, tempo fa, inoltrai, inascoltato, agli organi deputati): “noi genitori caregiver (se si eccettua il solerte e competente lavoro/ausilio dei ragazzi, educatori e Oss, durante le ore che essi coprono al centro che frequenta mio figlio), siamo totalmente privi di coperture, ovverosia di aiuto da parte di terze persone. Anche l’ambito territoriale, carente nell’area dove è inserito Alessio, non riesce a fornire risposte adeguate alle domande, che si fanno sempre più pressanti: avuto riguardo a prestazioni, che l’unione dei Comuni dovrebbe incrementare e, anzi, spontaneamente elargire (…). All’ordine del giorno, fra le altre richieste, “isole” e momenti di sollievo per i genitori, i quali – superfluo rimarcare-, via via che passa il tempo, invece di incrementare le loro forze, ridotte ormai al lumicino, sono messi impietosamente alle corde dalla sorte(…)“.
Colpa di un imperscrutabile destino?…o, più propriamente, di chi dovrebbe erogare mezzi, servizi e soldi?…e, più si va avanti, più le risorse finanziarie si deprimono: come gli animi di chi, giorno e notte, si prende cura di queste anime fragili. La speranza è l’ultima a morire. E, per l’appunto, si spera che non sia una pia illusione la possibilità ” de jure condendo” di ritagliarsi per sé uno spazio di ricreazione. Perché, se non si ha più la forza per gestire sé stessi, i primi a rimetterci sono i soggetti deboli, affidati alla nostra cura ed abnegazione. I caregiver non conoscono vacanze né gite fuori porta, non conoscono domeniche né, tanto meno, feste comandate. Soli, tagliati fuori da ogni consesso e contesto sociale.
È questo il bel paese, bellezza. E -i proverbi non sbagliano mai- non c’è persona più sorda di chi non vuol sentire.

* padre, caregiver

Ps.

Se, tuttavia, la solidarietà altrui si risolve nel gesto del “mordi e fuggi”, intinto magari nel pietismo, faccio mio, estendendone la portata semantica, l'(altro) aureo adagio: “meglio soli, che male accompagnati”.

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