La pianista Zlata Chochieva racconta il concerto con l’Orchestra Sinfonica Brutia al TAU di Rende
“Destini incrociati”, da Sergej Rachmaninov a Jean Sibelius: la pianista Zlata Chochieva racconta il concerto con l’Orchestra Sinfonica Brutia al Teatro Auditorium Unical di Rende.
RENDE (COSENZA) – Ci sono concerti che finiscono con l’ultimo applauso. E poi ce ne sono altri che continuano a vibrare dentro, come una frase non detta, come un ricordo che riaffiora quando meno te lo aspetti. Al Teatro Auditorium Unical, “Destini Incrociati” non è stata una semplice esecuzione. Due mondi sonori, due visioni del Novecento, due modi opposti e complementari di raccontare l’anima umana. Da una parte Sergej Rachmaninov, con la sua vertigine emotiva, la poesia romantica e la nostalgia che si trasforma in forza; dall’altra Jean Sibelius, con la sua modernità nordica, chiara e luminosa come il ghiaccio che riflette al sole. Rachmaninov e Sibelius non sono stati accostati: si sono guardati negli occhi. E la musica, così, ha raccontato due storie diverse ma convergenti, due mondi che parlano di emozione, respiro e tempo.
Sul palco, l’Orchestra Sinfonica Brutia, diretta per la prima volta dal maestro Giulio Marazia, e al centro, come un cuore che batte più forte, Zlata Chochieva. Pianista di fama internazionale, allieva prediletta di Mikhail Pletnev, interprete dalla tecnica luminosa e poetica, oggi residente a Berlino, ma con un’identità musicale capace di superare confini e tradizioni, ovunque ci sia una tastiera pronta a raccontare una storia.
Dietro questo concerto, una visione culturale chiara e condivisa: il Protocollo d’intesa tra Orchestra Sinfonica Brutia, Università della Calabria e CAMS. Un’alleanza che afferma con forza come l’università non sia soltanto luogo di studio, ma spazio vivo di bellezza, ascolto e confronto. Ad aprire la serata, prima che la musica prendesse possesso dello spazio, sono state le parole di Roberto Gaudio, componente del CAMS e neopresidente del Conservatorio Stanislao Giacomantonio di Cosenza, insieme a Fabio Vincenzi, responsabile del Teatro Auditorium Unical. Un intervento breve attraversato da una soddisfazione autentica per questa collaborazione: un segnale chiaro di come la musica possa unire istituzioni, territori e persone.

Abbiamo incontrato Zlata Chochieva subito dopo il concerto, quando le note erano ancora calde e le emozioni non avevano ancora trovato una via d’uscita. Nella nostra intervista, la pianista russa ha descritto Rachmaninov come un capolavoro narrativo che trascende le difficoltà tecniche e ha raccontato al sua esperienza con l’Orchestra Sinfonica Brutia.
Zlata Chochieva, il Concerto n. 3 di Rachmaninov è considerato una delle prove più impegnative del repertorio pianistico: che tipo di viaggio emotivo e interpretativo?
«Beh, certo, è impegnativo sia per il pianista sia per l’orchestra, ma credo che il pubblico debba semplicemente lasciarsi trasportare dalla musica. Per me, l’essenza sta proprio nell’esprimere l’emozione: raccontare una storia – una bella storia – che ciascuno può interpretare a modo suo. Questo brano è uno dei capolavori più straordinari. È qualcosa che non dimenticherò mai, e penso che proprio questo sia il cuore di un pezzo così meraviglioso».
L’aveva già eseguito in altre occasioni o è la prima volta?
«In realtà è un brano nuovo per me: è praticamente il mio debutto con il Terzo Concerto. Lo conoscevo fin da bambina, l’avevo studiato e poi messo da parte, ma non l’avevo mai suonato con l’orchestra. Ho suonato spesso il Secondo, la Rapsodia su un tema di Paganini e anche il Primo, ma questo l’ho sempre tenuto un po’ come un “dessert”, diciamo. Ho ascoltato tantissime registrazioni e studiato il brano a fondo: Rachmaninov stesso lo ha registrato, così come Horowitz e molti altri. Per me è fondamentale portare sempre qualcosa di nuovo in ogni esecuzione: l’obiettivo di un interprete è evitare che la musica diventi “congelata” o ripetitiva. Bisogna farla vivere, offrendo al pubblico qualcosa di fresco, magari che non ha mai sentito prima».
È la sua seconda presenza al Teatro Auditorium Unical, ma la prima in collaborazione con l’Orchestra Sinfonica Brutia: che impressione ha avuto dell’orchestra e del contesto culturale calabrese?
«Del contesto culturale non posso giudicare molto, perché non ho avuto modo di visitare il territorio. È strano, perché viaggio spesso in Italia, ma principalmente al nord. Per quanto riguarda l’orchestra, ho percepito subito grande entusiasmo e voglia di far funzionare le cose e migliorarle insieme. È stato molto bello lavorare con il maestro Giulio Marazia: è fondamentale essere circondati da persone gentili, disponibili e collaborative, piuttosto che da chi cerca solo di mettersi in mostra».

Zlata Chochieva, lei vive a Berlino e si esibisce regolarmente nelle più importanti sale internazionali. Che valore attribuisce oggi ai progetti che uniscono grandi interpreti, istituzioni musicali e università, soprattutto nel coinvolgimento delle nuove generazioni?
«È meraviglioso, perché permette di interagire con realtà culturali diverse. Molte università hanno sale splendide, ma non è solo una questione di prestigio: negli Stati Uniti, ad esempio, suono in contesti simili tutto l’anno. Non c’è solo la Carnegie Hall; molte università offrono ambienti straordinari».
C’è un messaggio che vuole mandare alle nuove generazioni di musicisti?
«Non solo ai musicisti, ma a tutti: consiglio di frequentare il più possibile i concerti dal vivo. Qui avete una splendida opportunità: la sala è grande e bellissima, mi ricorda la Sala Verdi di Milano, ed è dotata di un ottimo pianoforte. Le nuove generazioni dovrebbero apprezzare tutto questo: dietro ogni concerto c’è un lavoro enorme, molta energia, e una dedizione che non sempre si vede. Oggi è facile limitarsi a YouTube, ma quello non può sostituire l’esperienza di un’esecuzione dal vivo».
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