La ‘perduta gente’ della tendopoli di San Ferdinando: “Un’emergenza diventata status” FOTO | VIDEO
La prima cosa che colpisce non è ciò che si vede. È ciò che si sente. Un odore acre, persistente, stratificato: umidità stantia, rifiuti fermentati, sudore vecchio, cibo cotto all’aperto. È un odore che non va via, che si appiccica ai vestiti e alla gola. La tendopoli di San Ferdinando si annuncia così, prima ancora delle baracche, prima dei volti, prima delle parole.
Poi si apre un agglomerato informe di lamiere, plastica, teli sfilacciati, cartone. Un luogo che non dovrebbe esistere e che invece esiste da anni, crescendo, mutando, peggiorando. Entriamo accompagnati da Michele Vomera, direttore della Caritas diocesana di Oppido-Palmi. Qui Michele non ha bisogno di presentazioni. Cammina e saluta con un cenno del capo, qualcuno lo ferma, qualcuno lo chiama per nome. È una presenza costante, e questo cambia tutto.
Quel freddo che non va via
L’aria punge già all’ingresso. È un freddo che non ha nulla a che fare con il mite inverno pianigiano, ma con l’abbandono. La strada sterrata è una lama di fango quando piove e una nuvola di polvere quando il sole asciuga. Ai lati, rifiuti accatastati con una logica tutta interna al campo: meglio fuori che dentro. Sacchi neri gonfi, bottiglie, materassi sfondati, resti di biciclette. Ogni tanto il cumulo viene portato via, ma dopo pochi giorni è identico a prima. A volte, quando non c’è alternativa, viene dato alle fiamme.
La chiamano ancora tendopoli. È una parola comoda, quasi istituzionale, ma basta guardarsi intorno per capire che la parola mente. Questa è una baraccopoli a cielo aperto. Le tende ministeriali, nate come soluzione temporanea, sono state inghiottite da costruzioni di fortuna: baracche addossate alle baracche, realizzate con cartone, lamiere, teloni pubblicitari, assi di legno. Ogni materiale ha avuto una seconda vita. Ogni spazio libero è stato occupato.
Un “problema” ingombrante
In questo periodo le presenze sono circa seicento. Nei mesi fuori stagione scendono a poco più di cento. Sono braccianti africani, quasi tutti giovani arrivati dal mare, uomini che seguono il calendario agricolo: Calabria, poi Puglia, poi Campania per i pomodori. Invisibili quando lavorano, visibilissimi quando si fermano. Ed è allora che la tendopoli diventa ingombrante, un “problema”.
«La situazione è drammatica – racconta Michele mentre camminiamo tra le baracche – siamo in uno stato di abbandono. Ci sono associazioni, volontari, noi di Caritas, Emergency, il Comune che fa quello che può. Ma servirebbe una rivoluzione». I problemi di ordine pubblico di un tempo non ci sono più, ma il punto non è questo. «L’importante – spiega – è non arrivare solo nei momenti spot. Noi siamo sempre qui. Quando sei una presenza costante non sei percepito come qualcuno che invade o strumentalizza».
Disagi a profusione
Un bracciante passa in bicicletta e frena di colpo. «Non c’è corrente». Un quadro elettrico si è bruciato prima di Natale e metà campo è al buio. Fili elettrici intrecciati come liane, collegamenti improvvisati, cavi scoperti. Mesi fa le fiamme hanno divorato un quadro elettrico, poi ripristinato dalla Caritas. Oggi si è di nuovo al punto di partenza.
I bagni e le docce, realizzati appena un anno fa, sono già al collasso: porte rotte, pavimenti viscidi, odore di muffa e urina, niente acqua calda. Lavarsi è un atto di resistenza. L’emergenza igienico-sanitaria è evidente, ma ce n’è un’altra che avanza silenziosa: la salute mentale. «Molti stanno male», dice Michele, mentre un uomo ci passa accanto parlando da solo. Un altro migrante lo prende per un braccio e lo allontana con calma. «La sofferenza, la solitudine, l’indigenza, probabilmente anche l’uso di sostanze».
Un’assistenza che non basta
La Caritas distribuisce circa duecento pasti due volte a settimana. Non basta. Non può bastare. Il campo è diviso in zone, quasi quartieri informali. Gli spazi di fuga sono stati erosi centimetro dopo centimetro. Arriviamo alla moschea: pulita, curata, rifatta con lamiere nuove. Attorno i bazar, i meccanici di biciclette, i macellai improvvisati. Quando lo Stato arretra, la vita si organizza come può.
Michele ci invita a non fermarci alla sola immagine di San Ferdinando. In altri insediamenti della Piana la situazione è diversa. A Rosarno il vecchio ghetto è stato sgomberato e sostituito da un villaggio di solidarietà. A Taurianova è nato un borgo sociale in un bene confiscato. A Drosi si sperimenta l’ospitalità diffusa. Resta però una fascia invisibile di lavoratori che vive isolata nelle campagne, esposta a rischi diversi ma ugualmente gravi.
Continuiamo a camminare e incontriamo una baracca diversa dalle altre, quasi una villetta, con aiuole curate e fiori pronti a sbocciare. «È la prova – dice Michele – che anche qui il bello può vincere sul brutto». Poco più avanti, il “cimitero delle biciclette”, poi due pecore legate, marchiate di rosso.
Una struttura pensata per meno di 200 persone
All’uscita incontriamo Ferdinando, volontario Caritas, che aiuta con documenti, contratti e buste paga. Nello sportello d’ascolto c’è anche un lettino per visite mediche di base. Le mappe raccontano una verità cruda: la tendopoli era pensata per circa 190 posti ed è arrivata a ospitarne fino a 900. Le vie di fuga sono scomparse. Un campo nato per proteggere si è trasformato in una trappola. Lì, in un angolo che Michele ci indica, anni fa una persona è morta in un incendio. I vigili del fuoco non riuscivano ad arrivare: troppo stretto, troppo denso. Le fiamme furono fermate dagli estintori posizionati dalla Caritas.
Usciamo. Uomini seduti lungo il marciapiede guardano il vuoto. Volti giovani, sguardi vecchi. «Questa non è più un’emergenza, è diventata uno status», dice Michele, lanciando un appello alle istituzioni e alla società civile. «Senza gli immigrati le nostre campagne resterebbero abbandonate». L’odore resta addosso. Le immagini anche. A San Ferdinando, periferia del Bel Paese, l’Italia mostra ciò che è disposta a tollerare. Ciò che preferisce non guardare.
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