Friuli Venezia Giulia

La nuova geografia del crimine: dal mare all’altopiano, le case diventano tutte uguali davanti ai ladri

20.01.2026 – 17.30 – C’è una geografia che non compare sulle cartine turistiche, non ha colori né confini tracciati con precisione, ma ogni cittadino la conosce istintivamente. È la mappa dell’insicurezza quotidiana, quella che negli ultimi mesi — e con particolare evidenza nelle ultime ore — sembra allargarsi, quartiere dopo quartiere, come una macchia d’umidità sui muri di una casa antica. Ieri quella mappa ha disegnato un itinerario inquietante. Parte da viale Miramare, asse elegante e simbolico del fronte mare, dove le telecamere domestiche hanno immortalato volti coperti, movimenti rapidi, l’ombra di uno o due ladri che attraversano una cucina come se fosse un luogo qualunque. Prosegue sull’altopiano, a Opicina, dove il silenzio delle case ha fatto da alleato a chi ha portato via oro e quadri, memoria privata trasformata in merce. Scende poi verso la città, a due passi da viale D’Annunzio, dove in pieno giorno, mentre Trieste viveva la sua normale mattinata, qualcuno entrava in un’abitazione e ne usciva con gioielli in tasca. Infine si sposta ancora, verso Duino, dove a sparire non sono stati oggetti di valore ma attrezzature da giardino, strumenti comuni, spesso custoditi nei locali di servizio o nelle pertinenze delle abitazioni. Quattro episodi in poche ore, quattro punti diversi della provincia, un unico filo conduttore. Non è l’emergenza urlata, non è la cronaca nera dei titoli gridati. È qualcosa di più sottile e forse per questo più pericoloso: la sensazione diffusa che nessun luogo sia davvero periferia, nessun orario davvero sicuro, nessuna casa completamente al riparo.

Eppure, quando si prova a mettere i fatti in fila — la “novità” non è che i ladri esistano: è che tornano a fare numero. Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 155.590 furti in abitazione, in aumento del 5,4% rispetto al 2023, con un’incidenza media nazionale di 26,4 furti ogni 10.000 abitanti: tradotto, una frequenza che basta a far diventare la paura un’abitudine civile. Poi c’è l’altro lato della stessa moneta, quello che nei bar vale più dei comunicati: quante famiglie si sono sentite “vittime”, al di là di quante hanno denunciato. Secondo l’Istat, nel 2024 il tasso di vittime di furti in abitazione è 8,5 ogni 1.000 famiglie. Ma il dato che pesa, qui al Nord-Est, è quello territoriale: 10,7 vittime ogni 1.000 famiglie, quasi il doppio di Sud e Isole. La geografia non è un’opinione: è un indirizzo di casa. E se qualcuno pensa che sia un vizio italiano — il ladro e la lamentela — basta alzare lo sguardo. Eurostat segnala che nel 2023, nell’Unione europea, i reati di “burglary” registrati dalla polizia sono stati 1.229.429, in aumento rispetto agli anni immediatamente precedenti. Non è consolante: è solo più grande. Il furto in abitazione non è soltanto un reato contro il patrimonio. È un’invasione. Non porta via solo oggetti, ma la percezione di intimità, la fiducia nel rientrare a casa e sentirla ancora propria. Quando accade di sera, di giorno, in centro, in periferia, in collina e sul mare, il messaggio che passa è chiaro: la distinzione tra “zone tranquille” e “zone a rischio” si sta assottigliando fino quasi a scomparire.

E Trieste, in questa faccenda, non può nemmeno rifugiarsi nella favola del “qui è diverso”. Nella fotografia del Sole 24 Ore (dati 2024), la provincia risulta 12ª in Italia per delitti denunciati in rapporto alla popolazione: 10.440 denunce complessive, pari a 4.578 ogni 100mila abitanti. Numeri che non dicono “apocalisse”, ma dicono densità: la criminalità qui non ha bisogno di urlare, le basta essere frequente. E proprio perché le cifre vanno trattate come bisturi e non come clava, va detto anche l’altro pezzo: nel 2025, secondo i Carabinieri, le denunce per furto raccolte a Trieste sono scese a circa 1.900, contro le 2.240 del 2024; e, nello specifico, per i furti in abitazione si parla di un calo di circa il 34%. È una buona notizia. Ma non è un antidoto: è un respiro. Perché il giorno dopo basta un viale, un altopiano, una laterale, una pertinenza, e la statistica torna a essere cronaca. Trieste, città di confini per vocazione e per storia, oggi si ritrova a fare i conti con un altro limite, più difficile da tracciare: quello tra normalità e inquietudine. Le forze dell’ordine intervengono, i rilievi vengono eseguiti, le indagini avviate. È il lavoro silenzioso e necessario dello Stato, che però arriva sempre dopo. Dopo la porta forzata, dopo il cassetto svuotato, dopo la casa violata.

E qui conviene spiegare — per onestà intellettuale, non per fare lezione — perché i numeri spesso litigano tra loro. Istat parla di “vittime” (quante famiglie dichiarano di aver subìto un furto). Ministero e forze di polizia parlano di “denunce” (quanti episodi entrano nei sistemi ufficiali). Non è la stessa cosa: non tutti denunciano, e non tutte le denunce hanno la stessa qualità informativa. E infatti, nel 2024, nel 71,9% dei furti denunciati le vittime hanno indicato anche una finestra temporale del fatto: segno che il “non so” non è sempre la regola, e che la casa non viene violata nel vuoto assoluto, ma dentro abitudini riconoscibili. La cronaca racconta i fatti, ma l’editoriale prova a leggerne il significato. E il significato, oggi, è una preoccupazione silenziosa che cresce senza fare rumore. Non esplode, non sfocia nel panico, ma si insinua nelle conversazioni, nei gruppi di quartiere, nelle domande ripetute: “È successo anche da voi?”, “Avete messo l’allarme?”, “Meglio non lasciare la casa vuota”. Non è ancora allarme sociale, ma è qualcosa che gli somiglia da vicino. È il segnale di una città che chiede attenzione, presenza, prevenzione. Perché la sicurezza non è solo una statistica, ma una condizione psicologica collettiva. E quando quattro furti in una sola giornata riescono a unire Miramare, Opicina, D’Annunzio e Duino in un’unica narrazione, allora non si tratta più di episodi isolati, ma di una storia che merita di essere ascoltata prima che diventi abitudine.

[f.v.]




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