Ambiente

La notte delle cento bandiere che unirà il mondo

Eccola sulla scrivania di Marco Balich la lista dei cento Paesi che sfileranno allo stadio di San Siro il 6 febbraio nella cerimonia di apertura dei Giochi di Milano Cortina, dalla Grecia, che li ha fatti rinascere nella modernità, all’Italia che li ospita: «In mezzo ci sono anche Benin e Guinea-Bissau, Vanuatu e le Isole Vergini Americane, e chi conosce le differenze minime fra le loro bandiere? Una cerimonia è anche una interessante lezione di geografia, mica possiamo scivolare sui particolari», sorride il direttore creativo dell’evento, cercando l’appoggio allo schienale della poltrona in questi giorni concitati. Giacca e lupetto scuri, Balich, 63 anni, Compasso d’Oro in bacheca, coltiva la via della leggerezza: «Ieri, mi sono commosso alle prove fatte per mesi in un compound vicino allo stadio e, per fortuna, da pochi giorni – di solito, sono due mesi – siamo entrati a San Siro. Tutto è così vicino ed elettrizzante con l’Italia al centro del mondo e con gli occhi al futuro».

Nella sede milanese del Balich Wonder Studio, a ridosso del Tombon de San Marco, i grandi spazi sono vuoti, ampie scrivanie, pc ovunque, un poster del Giudizio Universale e un David gigante, e regna un grande silenzio. Quasi tutti i 280 dipendenti della società sono impegnati a San Siro o a Cortina: «Manca poco e stiamo assemblando i pezzi di questo viaggio dell’immaginazione reso possibile grazie a un gruppo di giovani creativi e a 3mila volontari. Sarà una cerimonia unica e diffusa come lo sono i Giochi. Provate a ipotizzare la complessità di duplicare tutto, sia a Milano che a Cortina – spettacolo, sfilata degli atleti, alzabandiera, accensione del braciere creato pensando ai Nodi di Leonardo – e farlo in contemporanea». A partire dalle 20 del 6 febbraio, non prendete impegni, d’altra parte sono attesi circa 2,2 miliardi di telespettatori (la finale del Super Bowl ne conta 125 milioni), per un evento che ha visto al lavoro con Balich, anche Simone Ferrari, creative director e deputy creative lead, Damiano Michieletto, creative director, Lida Castelli, protocol creative director, Lulu Helbaek, creative director, Paolo Fantin, production designer, Andrea Farri, music director, Massimo Cantini Parrini, costume designer. Sarà qualcosa tipo il più grande spettacolo dopo il Big Bang e alla star mondiale degli eventi live, che perdipiù gioca in casa, mica si può chiedere meno che qualcosa di epocale: Balich ha alle spalle 16 cerimonie olimpiche e paralimpiche da Torino 2006 a Tokyo 2020, con quelle spose che danzavano vent’anni fa sulla voce di Bocelli: «Non sapevamo come vivificare quella parte, ci venne l’idea delle spose ma il budget era ridotto, 30 euro per ognuna delle 400 spose. Come fare? Le nostre costumiste partirono e requisirono in tutti i negozi di Puglia, Calabria e Basilicata 500 abiti e li riadattarono per diventare magia bianca». Ecco, una cerimonia è intuito, inventiva, senso e praticità: «Milano e Cortina sono due realtà così diverse, città e montagna, pianura e le cime, uomo e natura, e fra loro dialogano alla ricerca dell’armonia. L’uomo non può prevalere sulla natura e neppure viceversa. Dal loro scambio, dal loro guardarsi e integrarsi nasce l’armonia, filo rosso della cerimonia. La nostra narrativa non è una ricetta per il futuro ma sosteniamo questo dialogo: l’Italia, un Paese piccolo, lungo tutta la sua storia e ancora oggi, dimostra che mare, montagna, industria, artigianato, bellezza si fondono nella complessità che è sempre suono nuovo e magnifico».

I Giochi sono uno sforzo da 4 miliardi dell’intero sistema-Paese. Anche la cerimonia, con la presenza fra gli altri di Mariah Carey, Andrea Bocelli, Laura Pausini e Sabrina Impacciatore, fa la sua parte nel raccontare le Dolomiti e il Duomo, il design e la musica e nel dare una visione a 15-20 anni: «Provate a chiedere chi era presidente nel 2006, nessuno se lo ricorda, mentre chi non si ricorda l’inaugurazione di Torino 2006? I Giochi segnano le nostre vite». Scandiscono il tempo come i cerchi degli alberi ma guai abbandonarsi alla nostalgia: «Abbiamo scelto di raccontare un’Italia giovane e moderna, aperta al futuro, senza crogiolarsi nella Cinquecento o nella Dolce Vita». E la creatività del BalichWonderStudio è riconosciuta a livello mondiale: la società, 315 milioni di fatturato nel 2022 (poi è stato ceduto il 51% al gruppo Banijay, che non spacchetta i ricavi delle sue divisioni), ha cinque sedi (oltre a Milano, Parigi, New York, Riyad e Dubai) e organizza cerimonie sportive, ma non solo, spettacoli enormi, installazioni e segue i grandi marchi del lusso. «Ci comportiamo – spiega il direttore creativo, dall’animo flamboyant – come una squadra corse e cerchiamo di partecipare agli eventi più importanti, che non sempre sono i più costosi. E nulla è paragonabile ai Giochi per audience, impatto mediatico, ritorno d’immagine. Fare una cerimonia olimpica è come per un giornalista vincere il Pulitzer, è il certificato di affidabilità che supera ogni altro riconoscimento. E per mantenere l’unicità bisogna mescolare e integrare la tecnologia e la concretezza», e mentre spiega indica la presenza sul divano alle nostre spalle di una luminaria del Salento. Il particolare che non ti aspetti e che fa sbocciare la meraviglia.

Come è l’Italia, come sarà questa cerimonia, e gli occhi di Balich, che hanno la vividezza di un bambino, proseguono: «Fino a vent’anni fa il mondo degli eventi era dominato dagli anglosassoni, oggi completamente spariti. La ricetta, tutta italiana che abbiamo lanciato insieme ai miei soci Gianmaria Serra e Simone Merico, è un misto di tecnologia ed emozione, bisogna far battere il cuore e far scendere qualche lacrima di commozione, stando alla larga dal cinismo. Ideare una cerimonia è un lungo lavoro di studio, di dialogo, di confronto, di organizzazione: non esiste il one man band». Certo resta sempre il nodo economico, Rio 2016 costò 70 milioni, Sochi 2014 il doppio: «Sono cifre importanti, è vero, ma con un caccia da guerra si possono organizzare quattro cerimonie e il ritorno è ben diverso: il nostro orgoglio è toccare il cuore soprattutto dei più giovani, farli sentire parte di una comunità, di un portato valoriale, di una identità che in Italia è fatta di bellezza, cultura e saper fare». E, mentre Balich parla, entra nello studio Andrea Farri, 43 anni, capello scapigliato il giusto, più di cento colonne sonore tra film e serie tv, una sorta di nuovo Morricone, e direttore musicale dell’evento: «Negli incontri preparatori abbiamo pensato soprattutto a come parlare ai giovani, a come raccontare loro i valori dell’Italia attraverso la musica che è Raffaella Carrà, Puccini, Rossini e anche i canti delle mondine e la musica popolare. Abbiamo scelto il binario dell’ironia e dell’emozione». Il famoso effetto lacrimuccia.

Ci sono, poi, aspetti anche molto politici in una cerimonia: «Mi incuriosisce vedere la reazione del pubblico all’ingresso della delegazione del Venezuela o della Danimarca ma, la di là di questo, sarà uno spettacolo attraversato da un grande bisogno di pace. Il mondo attorno a noi parla ovunque di guerra, prevaricazioni, sopraffazioni. Vogliamo celebrare lo sport per mostrare quanto sia democratico, quanto sappia accogliere tutti e farli competere nel rispetto delle regole. Quando ero ragazzo i miei genitori, che avevano vissuto la guerra, mi raccontavano gli orrori di quel periodo: ecco vogliamo esaltare rispetto, sostenibilità e anti razzismo». Senza dimenticare che spesso i grandi eventi sono una foglia di fico dietro cui si nascondono Paesi che non sono proprio campioni di democrazia e libertà: «Ci è capitato di organizzare le cerimonie degli Asian Games in Turkmenistan nel 2017. La capitale Ashgabat è una città foderata di marmo bianco e schermi led dove erano proiettate solo le immagini dell’allora presidente, un dittatore che si faceva ritrarre in statue d’oro e apriva musei dedicati a cani e cavalli, le sue passioni. Ha senso lavorare anche in questi contesti, come ci è capitato a Sochi, perché si semina per creare nelle nuove generazioni contaminazione, pensieri diversi, valori che non conoscono, gioia e speranza. È l’inizio di un percorso virtuoso, la falla nel muro che porta curiosità e conoscenza. Nel 2008, quando Pechino ospitò i Giochi, si aprì per la prima volta al web e ora è un Paese che vive sui social». Dunque, benedetti Giochi, a ogni latitudine e sotto l’ala della tecnologia: «Rispetto a Torino 2006, la tecnologia ha fatto passi immensi ma è un tool come il fax o internet, è utile ma non è la celebrazione dell’uomo, parla di qualcosa che c’è già, non di intuizione, che solo la mente umana può generare. Anche per Milano Cortina abbiamo creato uno spettacolo analogico, vero, concreto, puro, senza effetti speciali. Non lasciamoci ingannare, l’intelligenza artificiale può molto ma la gente ha bisogno di un abbraccio, di incrociare gli occhi dell’amico. Per questo, pur vivendo un’epoca così virtuale, mai come ora gli eventi dal vivo richiamano migliaia e migliaia di persone sempre». E gli si può credere se lo dice Marco Balich che, negli anni 80, gestiva, come band assistant e tour manager, Pink Floyd, Simple Minds, U2 e Peter Gabriel. Certo, i Giochi restano il viaggio più sfavillante e più popolare del mondo, anche per Balich, che ha pure sfiorato la convocazione da fiorettista per l’edizione di Mosca 1980: «Il mio amore per i cinque cerchi nasce con la pratica sportiva ma questi decenni di eventi olimpici mi danno la certezza che nessuna piattaforma al mondo sa comunicare uguaglianza, solidarietà, rispetto, pace come i Giochi». Metafora eterna della vita, ora atterrano finalmente a Milano Cortina: il prato di San Siro sorride, i fili d’erba sfarfallano e sarà una notte con lo smalto negli occhi e l’estate nel cuore. Batteremo le mani e torneremo tutti bambini. Almeno per una notte.


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