La minaccia democratica – il Giornale

La sentenza che, praticamente, ha eliminato Marine Le Pen dalla corsa del 2027 dalla quale scaturirà il successore a Emmanuel Macron all’Eliseo, può essere commentata da due diversi angoli visuali: uno più metodologico, l’altro più politico. Le due prospettive, ovviamente, s’intersecano. La prima, però, presenta forti connessioni con lo scenario internazionale; la seconda fa riferimento innanzi tutto a un contesto franco-francese.
Sul primo aspetto – quello metodologico – ce la si potrebbe cavare individuando nella sentenza una sorta di dantesca legge del contrappasso. Va infatti ricordato che proprio Marine Le Pen, non tanto tempo fa, fece una campagna per l’ineleggibilità dei condannati per fatti inerenti la moralità della politica. Avrebbe persino voluto che l’interdizione fosse a vita, e prevista dal dettato costituzionale. Si deve aggiungere che in Francia, in tempi recenti, per questioni riguardanti il finanziamento della politica, sono stati squalificati due esponenti del sistema: Alain Juppé e François Fillon. Marine e il suo partito, in entrambe le occasioni, si posero alla testa dell’esercito giustizialista.
Se ci fermassimo a questo punto, però, rischieremmo il torcicollo. Il nostro sguardo, infatti, sarebbe orientato unicamente verso il passato. Mentre invece, proprio le dichiarazioni di solidarietà giunte a Marine (comica quella di Mosca, se non evocasse la tragedia dei dissidenti russi), ci ricordano che la sentenza della sua condanna giunge ad alimentare una sorta di diciannovismo mondiale: un magma ribellistico che mira a emarginare le istituzioni rappresentative e squalificare il loro ruolo di garanzia. È il brodo di coltura di una corrente libertar-tecnocratica sempre più estesa e influente, che teorizza l’inevitabile e benefico superamento della democrazia. E rintraccia proprio in vicende come quella capitata alla Le Pen la prova della fondatezza delle sue teorie.
Per questo, quanti si attardano a difendere la vecchia liberal-democrazia – magari perché incapaci di scorgere qualcosa di meno imperfetto – non debbono chiudere il discorso. Spetta proprio a loro proporre una riflessione inedita e non più eludibile sui rapporti tra potere politico e potere giudiziario, che non possono risolversi unicamente attraverso cartellini rossi e conseguenti espulsioni dall’arena politica. A meno di non voler fare, alla lunga, il gioco dei propri avversari.
I risvolti politici giungono, invece, a evidenziare ancor di più un elemento che sta divenendo caratteristico di questa fase della V Repubblica. È come se tutti i protagonisti della politica d’oltre Alpe pensino unicamente a vincere le elezioni presidenziali, piegando a tal fine il governo dei fatti e delle situazioni che la realtà di volta in volta propone. Neppure Marine Le Pen è sfuggita a questa legge ferrea. Ella, infatti, per quanto possa sembrare incredibile, non ha preso in considerazione l’ipotesi dall’esclusione dalla corsa presidenziale. E, per questo, non ha predisposto un piano b. Ora si trova di fronte a un bivio imprevisto: radicalizzare lo scontro, spingendo il suo partito lungo un declivio inverso da quello moderato che aveva da ultimo privilegiato; o investire il giovane delfino Bardella, percepito come il volto gentile del Rassemblement, del tentativo di conquistare l’Eliseo in nome suo e per suo conto? Sarà lei, sostanzialmente, a decidere perché è veramente arduo ritenere che una scelta di siffatta portata possa imporsi senza il beneplacito della vittima sacrificale. La decisione, come è ovvio, influenzerà le strategie di tutti i principali attori della politica francese. I suoi effetti, però, si avvertiranno anche oltre i confini dell’Esagono.
Potrebbero determinare la circostanza per la quale in un grande paese europeo si svolgerà uno scontro ultimativo tra sistema e anti-sistema; ovvero che lì si possa avviare la ricomposizione di una «destra compatibile», sul modello di quanto accaduto in Italia.
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