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La lady va meglio a teatro che in tv. Inizia l’era Ortombina

Il nuovo paga, il nuovo vince alla Scala, confermando gli auspici della vigilia: “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Dimitrij Šostakovič consegna uno dei 7 dicembre più tesi e coinvolti, dove la buca clangorosa e urlata richiesta da Riccardo Chailly, di facile presa e che a molti piace, si specchia in una compagnia che all’opposto tiene ferma la barra della recitazione. Apice la protagonista, Sara Jacubiak, giovane soprano di radici polacche e scuola americana, dalla voce baciata dagli dei per potenza, classe moderna e intonazione adamantina. Radici umili, grande anima. Che acquisto per Milano. Lei e il regista, Vasily Barkhatov, i due debuttanti. Lui, 43 anni, è il più giovane al timone delle ultime inaugurazioni ambrosiane. Non un momento di fiacca, non uno di noia. I suoi ingredienti, eccoli: tanto teatro, tanta ironia, un pizzico di circo nei trucchi divertenti dei fantasmi e sopra tutto quelle due torce umane infuocate della scena finale. Spaventose. Sia per il Coro di Alberto Malazzi, meraviglioso nei sussurri di pietra, così russi, sia per tutta la sala, che letteralmente sente addosso per alcuni attimi la vampata terrifica della fiamma. E poi la puzza dei gas anti-incendio sparati di corsa. Un gesto politico per chiudere questa opera, fin lì grottesca, fin lì finzione. Una memoria contro ogni dittatura.

Ma se il nuovo vince in Teatro, e paga con il record raggiunto di incassi dalla vendita dei biglietti della “prima”, che raggiunge la cifra astronomica di 2.679mila euro, perde invece in TV: alla diretta su Rai1 della “Lady Macbeth” vanno gli indici di ascolto più bassi registrati degli ultimi dieci anni, 1 milione e undicimila. La “Tosca” ne aveva coinvolti 2 milioni e ottocentomila, quasi il triplo. Lì si giocava facile, tutto era pensato per la televisione, a partire dalla regia, con lei ascesa al cielo, che solo nelle riprese si vedeva come un tuffo capovolto. Noi pubblico avevamo visto solo una controfigura di Anna Netrebko appesa a un filo e sollevata in volo, senza capire niente. E allora la domanda aperta sul mediatico 7 dicembre che tutto il mondo guarda – è vero! – rimane questa: se creare un oggetto, l’ennesimo, per lo schermo piatto, oppure se scavare, scommettere, andare avanti credendo nella forza al presente del teatro. E se è giusto e doveroso divulgare quell’oggetto raro che è l’opera (nemmeno poi tanto stante la valanga da Oriente) portandola in TV e sperando nei proseliti, l’obiettivo finale deve restare la conquista dl pubblico al piacere della sala. Dove il teatro nasce nuovo, ogni sera.

E dove dunque è già obbligatorio guardare avanti: da questo 7 dicembre è iniziata ufficialmente la stagione di Fortunato Ortombina, sovrintendente nominato dopo Dominique Meyer alla guida della Scala. Entrambi erano presenti a questa “Lady”. Anzi, non solo loro ma anche il predecessore di Meyer, Alexander Pereira. Tre papi in sala. I due ex in platea, in mezzo al pubblico, mentre il nuovo svettava ben affacciato dal palco di proscenio, primo ordine, a sinistra. Da prima delle rivoluzioni dei sovrintendenti d’oltralpe, con Stéphane Lissner capofila, nel 2004, stavano in quella torretta di comando i posti assegnati ai vertici del Teatro. Ben visibili, perché da un lato esposti perennemente allo sguardo del pubblico, ma dall’altro in costante controllo su buca e palcoscenico. Ancipiti. Tra loro c’è stato chi ancora li preferiva (magari pure schiacciando qualche pisolino a vista) e chi invece li declinava, optando per la fila centrale dei vip, di platea.

Ortombina durante tutta l’esecuzione dell’opera di Šostakovič non ha mai scollato per un attimo occhi e attenzione dalla orchestra. Braccia conserte, piegato in avanti, in ascolto. Alla Fenice lo si vedeva sempre, immancabile a tutte le recite nonché alle prove, in piedi in fondo alla sala. Tutto il Teatro lo sapeva, ne percepiva la presenza. In Scala questa nuova e mirata attenzione verso i professori seduti ai loro leggii appare come un gesto rivolto al cuore sensibile del Teatro. Bisognoso di direttori che se ne prendano cura, facendo crescere la squadra, restituendole smalto e competitività nel mondo. Già si conoscono i titoli dei due prossimi 7 dicembre: “Otello” per l’anno venturo, con la regia di Damiano Michieletto, e poi “Un ballo in maschera”, dove la caccia al tenore è aperta. Entrambi saranno diretti da Chung. Sua tra l’altro era stata la memorabile prima in Scala di “Lady Macbeth”, nel 1992. Verdi resta una garanzia: i numeri in TV risaliranno. La porta del nuovo rimane aperta.


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