La Guerra dei Robot, dei Laser e dei Fantasmi Elettronici
Quando nel febbraio 2022 i carri armati russi varcarono il confine ucraino, quasi nessun analista aveva previsto che il conflitto avrebbe rivoluzionato la dottrina militare globale più di qualsiasi guerra degli ultimi settant’anni. Non per le dimensioni dello scontro, ma per ciò che ha messo in mostra: l’era del soldato aumentato dalla macchina, del cielo affollato di sciami robotici, dello spazio elettromagnetico come vero teatro di guerra. Oggi, nel 2026, i principali conflitti del pianeta, dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Mar Cinese Meridionale all’Africa subsahariana, si combattono su almeno cinque dimensioni contemporaneamente: terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. Comprendere queste cinque dimensioni è comprendere il presente.
Il regno dei droni
Se c’è un simbolo della guerra moderna è il drone. Non uno soltanto, ma un’intera ecologia di velivoli senza pilota: dagli UCAV (Unmanned Combat Aerial Vehicle) pesanti come l’MQ-9 Reaper americano (con apertura alare di venti metri e capacità di carico di 1.700 kg) ai minuscoli droni FPV (First-Person View) costruiti con componenti da videogioco e caricati di esplosivo artigianale.
La guerra in Ucraina ha rappresentato il laboratorio principale di questa evoluzione. Qui, per la prima volta nella storia, sciami di quadricotteri commerciali modificati hanno sistematicamente distrutto veicoli blindati da milioni di dollari. Un operatore con occhiali FPV guida il drone come un proiettile teleguidato, infilando finestre e portelli di mezzi corazzati. Il costo unitario: poche centinaia di euro. Il danno inflitto: incalcolabile.
Sul fronte tecnologicamente più avanzato, la Turchia ha portato il suo Bayraktar TB2 in oltre trenta paesi — Polonia, Romania, Giappone — e nel 2025 ha lanciato la variante TB2T-AI con tre computer di intelligenza artificiale a bordo, capace di 300 km/h. Il passo successivo sono i loyal wingman: droni autonomi che volano in formazione accanto ai caccia pilotati, agendo da gregari artificiali. Boeing, Kratos e il programma turco Kızılelma puntano tutti in questa direzione.
Armi laser: la rivoluzione dei centesimi
Per decenni le armi laser sono state territorio della fantascienza. Oggi sono installate sulle navi da guerra. Nel marzo 2026, la USS Preble, cacciatorpediniere della Marina american, ha abbattuto diversi droni iraniani nel Golfo usando il sistema HELIOS (High Energy Laser with Integrated Optical-dazzler and Surveillance): un laser da 60 kilowatt capace di intercettare droni, aerei e missili. Il costo per ogni colpo? Pochi centesimi di dollaro.
Il contrasto economico è stridente. Un drone kamikaze houthi costa al massimo cinquantamila dollari. Un missile Patriot intercettore supera il milione. Le armi laser ribaltano questa equazione: una volta ammortizzati i costi di sviluppo e installazione, ogni colpo è quasi gratuito.
Israele ha schierato l’Iron Beam per proteggere il territorio da droni e razzi a corto raggio. Il Regno Unito prevede di montare il sistema DragonFire sulle navi della Royal Navy entro il 2027, con un costo stimato di circa 10 sterline a colpo. L’Italia guarda allo stesso orizzonte, puntando a integrare sistemi analoghi nel Michelangelo Security Dome, l’ecosistema di difesa multi-dominio presentato da Leonardo nel novembre 2025.
Microonde ad alta potenza: friggere sciami interi
Se il laser colpisce un bersaglio alla volta, le armi a microonde ad alta potenza (HPM, High-Power Microwave) colpiscono decine o centinaia di droni simultaneamente con un unico impulso elettromagnetico. Montati su semoventi e simili — ironicamente — a giganteschi pannelli fotovoltaici, questi sistemi inducono sovraccarichi di tensione nei circuiti di qualsiasi drone che attraversi il raggio.
La Cina ha mostrato pubblicamente i suoi sistemi HPM nella parata militare di Pechino del settembre 2025: il laser OW5-A50 e soprattutto l’Hurricane 3000, prodotto da Norinco, capace di ruotare su sé stesso per coprire un raggio difensivo tra i 2 e i 3 km e disabilitare centinaia di droni in rapida successione. Il modello FK-4000 promette attacchi ancora più precisi.
Elettronica Group italiana sta sviluppando un dimostratore di effettore ad alta energia in grado di bloccare i motori dei droni — tecnologia particolarmente rilevante contro i velivoli guidati via fibra ottica o basati su visione autonoma con AI, che sono immuni ai jammer radio convenzionali.
Jammer e guerra elettronica: il campo di battaglia invisibile
Parallelamente alla guerra fisica si combatte quella elettromagnetica. I jammer — disturbatori di frequenza radio — sono oggi armi primarie tanto quanto i fucili. Agiscono su più livelli: interrompono il collegamento tra drone e operatore, accecano il segnale GPS/GNSS del velivolo, o saturano le frequenze di comunicazione dell’avversario su un’ampia area.
I cosiddetti ‘fucili anti-drone’ avvistati durante eventi sensibili e parate militari, non sparano proiettili fisici ma impulsi elettromagnetici. Un drone colpito da un jammer di questo tipo tipicamente attiva una procedura di emergenza: atterra immediatamente o torna al punto di decollo, permettendo alle autorità di identificare l’operatore.
La risposta difensiva ha accelerato lo sviluppo di droni immuni ai jammer: velivoli guidati via fibra ottica (fisicamente impossibili da disturbare via radio) o dotati di navigazione autonoma basata su visione artificiale, che non necessitano di segnali GPS. Questa corsa tecnologica attacco-difesa è destinata a intensificarsi.
L’Italia ha acquisito il sistema israeliano Drone Dome di Rafael, un’integrazione di radar, sensori elettro-ottici e jammer impiegato con successo in Kosovo tra il 2020 e il 2022. A questo si affiancano l’AD3S sviluppato con IDS, INTECS e CPM, e il più recente KARMA (Kinetic Anti-drone Mobile Asset) di ELT Group, sistema modulare montabile su veicoli militari e civili.
Intelligenza artificiale e autonomia: il confine etico
Dietro ogni tecnologia descritta c’è sempre più intelligenza artificiale. L’AI non è un’aggiunta: è il motore. Gli UCAV di nuova generazione navigano autonomamente anche in assenza di GPS, riconoscono bersagli attraverso visione artificiale, prendono decisioni tattiche in millisecondi. Il confine tra sistema d’arma telecomandato e sistema autonomo si assottiglia ogni anno.
I sistemi LAR (Lethal Autonomous Robotics) — armi capaci di selezionare e colpire obiettivi senza intervento umano — esistono già in forme parziali. Alcuni sistemi di difesa contraerea rispondono automaticamente alle minacce in arrivo. La finestra per l’intervento umano, quando esiste, si misura in secondi.
Il Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha ripetutamente segnalato il pericolo di questa traiettoria, in particolare nei conflitti urbani dove distinguere combattenti da civili è già difficile per un soldato in carne e ossa, figuriamoci per un algoritmo. La comunità internazionale non ha ancora trovato un accordo su dove tracciare la linea. Gli analisti prevedono che entro il 2030 i droni saranno i padroni assoluti dei cieli, teleguidati in sciami da nuclei ristretti di tecnici militari. Il nodo irrisolto non è tecnologico, ma etico e giuridico: chi risponde delle morti causate da un sistema autonomo? Nessuna convenzione internazionale dà ancora una risposta.
La guerra moderna è, in fondo, una guerra di costi e velocità di innovazione. Chi abbatte droni da cinquantamila dollari con missili da un milione perde. Chi produce tecnologia più veloce di quanto l’avversario possa adattarsi, vince. L’Ucraina ne è la dimostrazione vivente: la collaborazione tra esercito, start-up tecnologiche e industria civile ha prodotto sistemi d’arma in settimane che altrimenti avrebbero richiesto anni.
Il campo di battaglia del futuro non assomiglia ai film di guerra. Assomiglia a una partita di scacchi giocata a velocità supersoniche, dove le pedine si costruiscono durante la partita stessa.
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