La gestione del rischio promuove la crescita: l’assicurazione come leva strategica per l’Italia

La trasformazione urbana ed energetica italiana richiede capitali, tempi certi e progetti credibili. In questo contesto, la gestione del rischio diventa una condizione essenziale: non solo coperture assicurative, ma capacità di valutare, prevenire e mitigare rischi fisici, operativi e climatici che accompagnano investimenti strategici.
Il contesto lo impone. Il 70% circa del nostro patrimonio edilizio è stato costruito prima delle norme antisismiche moderne e una quota rilevante degli edifici è ancora inefficiente sul piano energetico. Secondo Ispra, circa il 94% dei comuni italiani è esposto a criticità idrogeologiche. A livello globale, Swiss Re ha stimato perdite economiche da catastrofi naturali pari a 280 miliardi di dollari nel 2023, di cui solo 108 miliardi coperti da assicurazioni; nel 2025 le perdite assicurate potrebbero avvicinarsi ai 145 miliardi.
In un Paese con densità urbana elevata, stratificazione storica e una struttura produttiva basata su Pmi, gli shock ambientali e infrastrutturali si propagano rapidamente. Considerarli eventi straordinari e isolati significa accettare ritardi negli investimenti, un costo del capitale più alto e una dipendenza dall’intervento. Nelle economie più avanzate, invece, il settore assicurativo agisce come infrastruttura economica: aiuta a leggere, valutare e mitigare il rischio, integrandolo nella pianificazione urbana, industriale e finanziaria. Energia, logistica, edilizia e infrastrutture critiche ne sono i casi più evidenti.
L’Europa sta entrando in una fase in cui la disponibilità di fondi non è necessariamente il problema principale; lo è la capacità di assorbirli in modo efficiente, con progetti bancabili e tempi certi. Le stime più aggiornate della Bce indicano un fabbisogno di investimenti green aggiuntivi compreso tra 400 e 558 miliardi di euro l’anno fino al 2030, pari a circa 2,7–3,7% del Pil dell’Ue. Una quota significativa riguarda edilizia, mobilità, reti e rinnovabili. Senza una struttura di gestione del rischio credibile e trasparente, una parte di questi capitali tenderà a concentrarsi in mercati percepiti come più prevedibili e meglio attrezzati nell’assorbimento degli shock.
Questo trend è già visibile. I grandi fondi infrastrutturali e pensionistici globali valutano resilienza fisica e climatica al pari delle metriche finanziarie. In diverse giurisdizioni, la capacità di strutturare coperture evolute, dai rischi costruttivi alle polizze parametriche climatiche, fino ai meccanismi di continuità operativa, è ormai parte integrante dei processi di bancabilità. Francia e Giappone hanno consolidato da tempo modelli ibridi pubblico-privati per limitare le esposizioni sistemiche e accelerare i tempi di ripristino. Negli Stati Uniti, la configurazione degli incentivi alla transizione industriale ed energetica presuppone che gli investimenti siano assicurabili lungo tutto il ciclo di vita.
Per l’Italia il tema è ancora più centrale: la capacità di attrarre capitali dipenderà dalla maturità dell’ecosistema di risk management. In un contesto di rialzo del costo del capitale e forte competizione internazionale, l’assicurazione diventa leva di fiducia e continuità: riduce incertezza, stabilizza flussi, rafforza credibilità industriale e finanziaria.
Tre i fronti critici per il nostro Paese: rigenerazione urbana, transizione energetica e infrastrutture strategiche. Qui esiste già una pipeline di progetti e risorse europee, insieme all’interesse di investitori globali. Senza strutture di rischio integrate, però, i progetti rischiano rallentamenti e frammentazione. Altrove, assicurazioni e finanza dialogano sin dall’origine dei progetti: prevenzione e protezione vengono definite insieme agli obiettivi industriali, non a valle.
Il nostro quadro normativo si sta muovendo in questa direzione. Il collegamento tra coperture catastrofali e accesso a incentivi e fondi pubblici rappresenta un primo passo importante, perché lega protezione e investimento. Per coglierne appieno il potenziale servirà completare la transizione culturale: la gestione del rischio non può restare un costo operativo o un adempimento formale, ma deve entrare nella progettazione e nel finanziamento, soprattutto nei progetti con orizzonte lungo e sensibilità elevata al rischio.
Il percorso è chiaro: la resilienza non si costruisce ex post, ma a monte degli investimenti. Le imprese che sapranno integrare prevenzione, protezione e continuità operativa avranno accesso a condizioni più favorevoli e potranno pianificare con maggiore stabilità. Il settore assicurativo, dal canto suo, deve continuare a evolvere, non solo come fornitore di coperture ma come partner nell’analisi e previsione dei rischi emergenti e nella progettazione delle soluzioni.
Se l’Italia adotterà questa prospettiva, passando da un approccio emergenziale a uno industriale della gestione del rischio, potrà accelerare i cantieri, rafforzare la fiducia degli investitori e posizionarsi come mercato maturo in un contesto globale più selettivo. La sfida non è decidere se proteggersi dai rischi, ma come farlo in modo che diventi un fattore di crescita. Ed è esattamente in questa direzione che si gioca una parte importante della nostra competitività nei prossimi anni.
*ceo di Howden in Italia
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