La frammentazione globale va combattuta aprendo nuovi mercati
Di fronte a questa nuova età della frammentazione globale, l’Italia e l’Europa devono reagire aprendo nuovi mercati e potenziando gli investimenti nelle nuove tecnologie. Nuovi mercati come quello indiano, per esempio, ma anche Indonesia, Messico, Paesi del Golfo e Africa. Di rotte inedite per navigare il nuovo disordine mondiale si è parlato ieri all’Aspenia Talk organizzato a Milano dall’Aspen Institute Italia, in partnership con Assolombarda e Deloitte Italy. Secondo gli ultimi dati Sace, nonostante i marosi nel 2025 le esportazioni italiane sono pur sempre tornate a crescere a un buon ritmo, circa il 3%, dopo un 2024 in flessione. «Lo scenario internazionale in cui si muovono le imprese è profondamente cambiato ma non ha fermato il commercio globale – sostiene Fabio Pompei, ceo di Deloitte Central Mediterranean – un nuovo dinamismo degli scambi si è innescato, meno concentrato, più selettivo e più strategico, perché obbliga a ripensare mercati, filiere e alleanze. Quello che osserviamo è un’accelerazione delle strategie di diversificazione e l’India rappresenta in questo senso il caso più emblematico, con l’accordo di libero scambio siglato il 27 gennaio tra New Delhi e Bruxelles. Lo stesso Piano d’azione per l’accelerazione dell’export sui mercati extra-UE ad alto potenziale, approvato a marzo 2025, segna un cambio di approccio molto chiaro, l’export italiano del futuro non si giocherà su un unico asse, ma su una pluralità di direttrici strategiche».
Anche i Paesi del Golfo costituiscono un interessante obbiettivo per la diversificazione: «Usa, Francia e Germania – ricorda Alvise Biffi, presidente di Assolombarda – sono sempre stati i nostri Paesi di riferimento e ora sono diventati il primo elemento di instabilità. Finora l’Europa si è trovata in una fase fortemente regolatoria e scarsamente unita. Ma nel caso dell’accordo con l’India Bruxelles ha dato dimostrazione di saper essere rapida. Noi, dal canto nostro, come Assolombarda abbiamo fatto una missione nel Golfo insieme a Sace e Simest per aprire i mercati di quei Paesi anche alle nostre Pmi».
Quanto agli investimenti tecnologici necessari per rimanere competitivi, questi si portano necessariamente dietro il dossier energetico. «Il tema dell’aumentare la potenza a disposizione del Paese – sostiene Aurelio Regina, presidente del gruppo tecnico Energia di Confindustria – oggi è sottovalutato. Ci concentriamo sui costi dell’energia, ma non sulla sua disponibilità, e nel 2050 l’Italia consumerà il doppio dell’energia elettrica consumata oggi. Servirebbe un mercato unico europeo dell’energia, oggi invece ancora competiamo con gli altri Paesi della Ue».
Nel rafforzato ruolo dell’Europa nel mondo è pronto a scommettere Giulio Tremonti, presidente della commissione Affari esteri della Camera e anche presidente di Aspen Institute Italia: «Nel manifesto di Ventotene si parla di difesa e politica estera come elementi necessari. Nel 2003 contrastammo l’idea degli Eurobond per la difesa, poi dopo 23 anni siamo tornati a parlarne. Io credo che l’Europa stia andando nella direzione giusta: il mondo sarà un tavolo con tre gambe, Stati Uniti, Cina e anche l’Europa».
L’accordo con l’India e quello con il Mercosur restano la miglior dimostrazione del dinamismo europeo, ha detto il viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, «ma dobbiamo stare attenti a non fare l’alleanza delle mezze impotenze, anziché quella delle mezze potenze come auspicato a Davos dalla dottrina del premier canadese Carney Per questo l’Italia ha cercato di fare da cerniera tra Usa e Ue, per mantenere viva l’alleanza atlantica». Un’alleanza che, a dispetto delle apparenze, non è morta, come sostiene Charles Kupchan, docente all’Università di Georgetown a Washington e senior fellow al Council on Foreign Relations. Kupchan, pur definendo senza mezzi termini un «fiasco» la politica di Trump sulla Groenalndia, sulla fine dell’amicizia tra Usa e Europa infatti è cauto: «Può darsi che fra tre anni la Nato dimezzerà il suo impegno in Europa in termini di soldati sul campo. Ma in Europa oggi c’è un senso diffuso, e direi prematuro, che la relazione privilegiata con gli Stati Uniti sia giunta a termine. Io invece credo che l’alleanza atlantica non sia finita, ma l’Europa deve essere più proattiva».
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