La felicità momentanea e il tempo lungo del Venezuela
Ventisette anni non si smontano in due giorni. Nemmeno in due mesi. Ventisette anni sono una forma mentale, prima ancora che politica. Sono il tempo necessario perché un potere smetta di giustificarsi e cominci a riprodursi da solo. In Venezuela quel tempo comincia all’inizio del 1999, quando Hugo Chávez entra a Miraflores promettendo il popolo e consegnando lo Stato a un’idea militare della storia. Tutto il resto è conseguenza.
La cattura di Nicolás Maduro produce una felicità breve, quasi colpevole. Una felicità momentanea, appunto. Dura quanto il lampo che illumina una stanza buia senza cambiarne i muri. Perché il regime non è un uomo, è un sistema. Ed è ancora lì.
Lo racconta una fonte venezuelana, una voce che non può comparire, perché in Venezuela oggi anche descrivere la realtà è diventato un reato. Dopo l’arresto del dittatore, il potere rimasto ha reagito come reagiscono sempre i poteri che si sentono minacciati: serrando le città, armando i fedeli, silenziando le parole. A Caracas i colectivos, bande armate cresciute come metastasi del regime, hanno seminato caos per ore. Avanzi di galera trasformati in milizia politica. Non servono per governare, servono per spaventare.
È stato emanato un ordine che vieta esplicitamente di pubblicare messaggi favorevoli all’arresto di Maduro. Non è censura, è pedagogia della paura. Chi viola il divieto sparisce. Letteralmente. Gli arresti si sono moltiplicati in una sola giornata. Giornalisti, studenti, cittadini comuni. Il percorso è noto a tutti: ti prendono e ti portano all’Elicoide, a Caracas. Un edificio che doveva essere un centro commerciale e invece è diventato un centro di tortura. Se va bene esci dopo anni. Se va male non esci affatto. Esiste anche una terza via, indecente e crudele: pagare. Dieci, ventimila dollari a una guardia corrotta e torni a casa, con la colpa addosso di essere vivo.
Il Paese è fermo. Università e uffici pubblici chiusi per tutta la settimana. Le strade svuotate. Si esce solo per il necessario. Caracas oggi è una città che trattiene il fiato, e il resto del Venezuela la imita. Non è prudenza, è assedio interno.
Rivendico il diritto alla felicità momentanea per la cattura di Maduro. Sarebbe disumano non provarla. Ma rivendico anche il dovere della lucidità: lasciare il Venezuela a chi considera la libertà una bestemmia sarebbe un crimine storico. Il chavismo ha insegnato che il potere può travestirsi da redenzione e diventare eterno. Smontarlo richiederà anni, forse una generazione. E comincia da una verità semplice, che oggi non si può scrivere a Caracas senza rischiare il carcere: il regime è ancora qui. E va sconfitto fino in fondo.
A questo si aggiunge una convinzione che circola sottovoce, come tutto ormai in Venezuela: los gringos potrebbero tornare. Altri raid, mirati, chirurgici. Non per occupare, ma per decapitare ciò che resta del potere reale. I “delfini” del dittatore, gli uomini che tengono insieme esercito, servizi, affari e paura. L’idea, brutale ma diffusa, è che solo così il regime capirà che non c’è più spazio per l’eternità. Non è entusiasmo bellico, è disperazione politica. È la logica di un Paese a cui è stata tolta ogni alternativa interna.
Perché oggi l’opposizione, semplicemente, non c’è. O meglio: non è in grado di comandare. La maggior parte dei leader è in esilio, dispersi tra Europa e Stati Uniti, oppure in carcere. Altri sono stati neutralizzati prima ancora di diventare pericolosi. Il risultato è un vuoto che pesa come una condanna: nessuna forza politica organizzata, nessuna catena di comando credibile, nessun volto in grado di dire “adesso tocca a noi”. Il regime lo sa e gioca su questo. Sa che il dopo fa più paura del presente.
È anche per questo che la repressione non è episodica ma preventiva. Non serve reprimere una rivolta se puoi impedire che nasca un’alternativa. Il messaggio è chiaro: senza Maduro il sistema continua a respirare. Anzi, stringe i denti. E usa il tempo, che è sempre stato il suo alleato migliore.
La felicità momentanea resta, ed è legittima. È il sorriso che ti scappa quando vedi incrinarsi un idolo di cartapesta.
Ma subito dopo arriva la realtà, che in Venezuela non concede illusioni: la libertà non si eredita, si conquista. E qui non c’è ancora nessuno che possa raccoglierla, guidarla, difenderla. Finché sarà così, ogni caduta rischia di essere solo un cambio di ombra sullo stesso muro.
Source link




