La disfatta degli azzurri arriva in Parlamento, Lega e FdI attaccano: via subito Gravina
Riforma, reset, repulisti. Un crescendo lessicale anima le dichiarazioni politiche sulla disfatta della nazionale di calcio. Il tracollo degli azzurri in Bosnia irrompe in Parlamento e scalda deputati e senatori. Dai partiti giunge l’invito bipartisan per una riforma strutturale del sistema calcio. Ma su tempi e modi non mancano i distinguo, con sfumature diverse anche all’interno degli stessi partiti.
Attacco diretto a Gravina: commissariare Figc
Chi non ha dubbi e si lancia all’attacco è in primis la Lega. Che pochi istanti dopo il fischio finale di Zenica chiede a gran voce le dimissioni del presidente della Figc Gabriele Gravina, definito «una sciagura per il calcio». Nel day after si aggiunge alla richiesta anche il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami, per cui le dimissioni del presidente delle Federcalcio «sono imprescindibili». Poi da FdI parte il fuoco incrociato tra Commissione e Aula.
Il meloniano Federico Mollicone, presidente della commissione Sport della Camera, chiede l’audizione dello stesso Gravina “dati i poteri di vigilanza del Parlamento». Il responsabile Sport del partito, Paolo Marcheschi, rincara la dose. Evoca il commissariamento della Figc e parla di un sistema calcio “bloccato da una casta autoreferenziale» e di una politica “limitata» negli interventi «dall’autonomia riconosciuta al sistema sportivo».
Sull’esclusione dell’Italia dai mondiali insiste anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, che torna a ribadire le sue «perplessità» sul commissario tecnico Gennaro Gattuso. «Non chiedo la testa di nessuno, – puntualizza – dico soltanto che a tutto c’è un limite, non si capisce perché la Nazionale è un porto franco». Poi, nell’Aula di Montecitorio, è il deputato di FdI Salvatore Caiata ad alzare ancora i toni. Chiede un’informativa del ministro dello Sport Andrea Abodi e attacca: «Gravina ha rubato un sogno ai nostri giovani». A dissociarsi dalla richiesta, però, sono Avs e Pd. I rossoverdi spingono piuttosto per un «calcio fuori dall’affarismo».
E il responsabile Sport del Pd Mauro Berruto vorrebbe ascoltare Abodi non sulle dimissioni di Gravina ma sulle «ragioni che hanno portato all’abisso». «Le dimissioni – spiega – non vanno richieste, dovrebbero essere un atto di dignità istituzionale». Ma poi affonda: «non ci sfugge che le uscite della maggioranza e del governo svelino un obiettivo chiaro, occupare il calcio italiano, come hanno fatto con la Rai». Restando in maggioranza, invece, FI adotta una linea più cauta. Il portavoce azzurro Raffaele Nevi afferma: «spetta alla Federcalcio la responsabilità delle decisioni per rilanciare il calcio».
Ma dentro lo stesso partito c’è anche chi come Giorgio Mulè, sottolinea: «da oltre due anni chiedo inutilmente a Gravina di dimettersi». Mentre alcuni senatori raccontano di essere stati contattati dall’azzurro Claudio Lotito per aderire a una raccolta firme anti-Gravina. Narrazione subito smentita da fonti vicine al senatore di Forza Italia e presidente della Lazio. Intanto, il leader di Italia Viva Matteo Renzi parla degli errori «di una classe dirigente che, in federazione come in alcuni club, pensa di andare avanti tra raccomandazioni e amichettismo, vivendo di piccoli inciuci, e di servilismo verso la politica».
Il M5s chiede un «repulisti completo». Per Azione il fallimento è «del sistema Italia, che perde e non cambia mai». La Lega rilancia la legge sull’azionariato popolare e sul limite di 5 giocatori extra Ue in campo. Per La Russa dovrebbero essere quattro. E Roberto Vannacci usa toni ancora più duri: “L’immigrazione distrugge anche il calcio, bisogna rivedere le regole»
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