La crisi energetica in Occidente: cosa aspettarsi
31 marzo 2026 – 7:30 – La crisi energetica sta arrivando in Occidente, avverte Bloomberg, una delle più autorevoli fonti di informazione finanziaria al mondo. L’agenzia di stampa descrive uno scenario di forte incertezza, per l’economia globale e per quella europea in particolare modo, in cui la variabile fondamentale è rappresentata dalla durata della chiusura dello Stretto di Hormuz al transito delle navi petroliere. Una variabile dagli sviluppi considerati imprevedibili, in quanto legati a loro volta all’evoluzione della guerra in Iran. Non si esclude che “la transizione energetica potrebbe essere imposta in modo molto doloroso e rapido”. Molto dipenderà da quanto accadrà nei prossimi mesi, da come andranno gli approvvigionamenti energetici da parte dei Paesi del nostro emisfero, dove l’inverno è appena finito e ci si deve preparare al prossimo, e da come ciò impatterà sui mercati. “Mi è chiaro che, se questa crisi dura più di tre o quattro mesi allora diventa un problema sistemico per il mondo”, ha dichiarato Patrick Pouyanné, amministratore delegato di Total Energies Se, in occasione della conferenza CeraWeek a Houston: “Non possiamo avere il 20% del petrolio greggio esportato a livello globale bloccato nel Golfo e al contempo il 20% della capacità di Gnl bloccata senza che ci siano conseguenze”.
Non è l’unico a esprimersi così. Bloomberg ha raccolto le opinioni di una quarantina di operatori dell’industria energetica: trader di gas e petrolio, dirigenti, broker, spedizionieri, consulenti e così via. Tutti concordano su un punto: il mondo non ha ancora compreso la gravità della situazione e la crisi è solo all’inizio. Molti degli intervistati hanno inoltre istituito dei parallelismi con lo shock petrolifero degli anni Settanta dello scorso secolo. Ne avevamo parlato anche noi qui. Solo che, secondo gli operatori del settore, il rischio è adesso quello di una crisi ancora più grave, qualora appunto lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso in maniera prolungata: “Il più grande shock dell’offerta di petrolio nella storia ha raggiunto il traguardo di un mese. I prezzi sono aumentati vertiginosamente, le previsioni di crescita vengono ridotte in tutto il mondo e stanno emergendo carenze in tutta l’Asia, dalla Thailandia al Pakistan. Tali carenze di carburante inizieranno presto a propagarsi verso ovest. È probabile che l’Europa si trovi ad affrontare prezzi in forte aumento per assicurarsi i carichi ed è a rischio di carenze di diesel nelle prossime settimane. Se lo stretto resterà chiuso, il mondo dovrà ridurre in modo significativo il consumo di petrolio e gas. Ma prima, i prezzi saliranno a livelli tali da costringere consumatori e imprese a volare, guidare e spendere molto meno. Alcuni Paesi asiatici stanno già accumulando scorte e razionando il carburante”, evidenza Bloomberg.
Funzionari del governo statunitense e analisti di Wall Street citati da Bloomberg non escludono la possibilità che il prezzo del petrolio possa salire fino a un livello senza precedenti di 200 dollari al barile. L’agenzia di stampa spiega altresì che il mercato è stato finora protetto da una serie di riserve di offerta le quali tuttavia si stanno esaurendo. Un calcolo approssimativo suggerisce che la chiusura dello stretto sta riducendo i flussi globali di petrolio di circa 11 milioni di barili al giorno, al netto degli interventi finora adottati per compensare la perdita: il che significa un deficit di circa 9 milioni di barili, rispetto ai livelli di domanda prebellici, e cioè un divario definito superiore al consumo combinato di petrolio da parte di Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Italia. Bloomberg definisce ancora più critica la situazione per quanto riguarda il gas naturale liquefatto (gnl), di cui lo Stretto di Hormuz rappresenta abitualmente circa un quinto dell’offerta globale, e per cui non esistono rotte alternative: gli ultimi carichi provenienti dal Medio Oriente stanno arrivando a destinazione. Guardando poi al modello Shok di Bloomberg Economics, uno strumento tecnico per professionisti del settore economico-finanziario, i dati suggeriscono più di uno scenario possibile per il futuro. In quello meno grave, si prevedono un aumento significativo ma gestibile dei prezzi e un impatto negativo sulla crescita: tradotto nell’Eurozona, ciò significa circa un punto percentuale in più di inflazione annua e una riduzione dello 0,6% del Pil. Ma se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso troppo a lungo, il rischio è che i prezzi del petrolio aumentino bruscamente: a 170 dollari al barile, l’impatto su inflazione e crescita raddoppierebbe, causando “uno shock stagflazionistico che potrebbe cambiare tutto, dal percorso futuro delle banche centrali all’esito delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti”, sottolinea ancora Bloomberg. L’articolo integrale in inglese si può leggere qui.
Articolo di Lilli Goriup




