La Coscienza di Zeno al Teatro Quirino
Bello, coinvolgente ed emozionante lo spettacolo visto ieri sera, un’ulteriore riduzione teatrale della Coscienza di Zeno di Italo Svevo, fatta su misura per le enormi capacità attoriali di un Alessandro Haber in perfetta forma professionale nonostante gli annosi problemi fisici che ne limitano la deambulazione sul palcoscenico. Ciononostante, pur non muovendosi dalla sedia posta in posizione decentrata sulla scena, l’attore bolognese riesce in maniera eccellente ad attrarre e mantenere desta l’attenzione (e la tensione) dello spettatore sul testo rappresentato. In ciò aiutato, occorre aggiungere, dall’originale scenografia inventata da Marta Crisolini Malatesta e dai sussidi video di Alessandro Papa.
La storia, per tutti coloro che hanno letto il romanzo di Svevo, si inscrive in quella letteratura dell’inettitudine di cui è possibile trovare ottime testimonianze in quasi tutte le esperienze narrative mitteleuropee del periodo della Belle Èpoque (basti pensare a L’uomo senza qualità di Musil oppure ai molti personaggi descritti da Kafka nei suoi racconti e romanzi incompiuti, nonché ad alcuni protagonisti di Thomas Mann, quali Hans Castorp, Tonio Kroeger, Gustav Aschenbach).
Una letteratura che s’incontra, ricevendone stimoli ed alimento, con la crescente presenza e influenza del “topos” della malattia (più psichica che fisica) che affligge, nella maggior parte dei casi, il malcapitato protagonista della vicenda narrata o messa in scena che, in tal modo, risulta essere la perfetta antitesi di quell’eroe borghese che aveva costituito la “cifra” del romanzo europeo nella sua epoca originaria, più o meno coincidente con l’avvio della rivoluzione industriale inglese e con la grande rivoluzione in Francia.
Nel caso di Zeno Cosini, il buon borghese della “Coscienza”, le sue apparentemente banali traversie sentimentali – che s’intrecciano con i suoi maldestri tentativi di crearsi una rispettabile posizione familiare, sociale e professionale, districandosi furbescamente tra difficili e spesso ipocriti rapporti coniugali, parentali e aziendali – acquistano pian piano un significato che va al di là della sfera individuale e/o dell’imminente decadenza di una città (Trieste) già fiore all’occhiello e luogo privilegiato dell’economia dell’Impero austro-ungarico.
La storia di Zeno e della sua vera o presunta patologia psichica è in realtà lo specchio della crisi e dell’inizio della fine di un’intera civiltà, quella borghese-capitalistica, vista dall’interno, con gli occhi del borghese medio corredato da pregi e difetti annessi; una civiltà sempre più violenta, dominata dalla volontà di dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Una volontà di dominio che si manifesta nella tecnica, soprattutto in quel settore della tecnica adibito all’invenzione e al massimo perfezionamento di “ordigni”, la cui crescente potenza è direttamente proporzionale alla crescita dell’insicurezza e all’indebolimento delle facoltà relazionali dell’uomo, alla progressiva perdita della sua capacità di creare un mondo fondato sull’abbattimento delle barriere e dei confini tra i singoli e le nazioni; un mondo di conseguenza destinato ad implodere su se stesso.
Impressionanti, per la loro attualità, le riflessioni conclusive pronunciate da Zeno tanto nel finale del romanzo quanto in questa pregevole versione teatrale applaudita al Quirino: «… l’occhialuto uomo… inventa gli ordigni fuori del suo corpo… Gli ordigni si comprano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole… ed è l’ordigno che crea la malattia… sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo… nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile… Ed un altro uomo… un pò più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampichera’ al centro della Terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udra’ e la terra ritornata alla forma di nebulosa errera’ nei cieli priva di parassiti e di malattie».
Ecco come, attraverso questo finale agghiacciante, è possibile comprendere l’universalità della figura di Zeno Cosini, individuo che riflette in sé, nelle sue debolezze inettitudini e fragilità, ma anche nella sua coscienza, il destino e la storia dell’intera specie; oppure, per usare concetti tratti dalla biogenetica, nell’ironica e malinconica parabola di Zeno l’ontogenesi dell’individuo ricapitola la filogenesi, anticipandone il tragico esito finale.
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