Ambiente

La coesistenza pacifica, un valore da celebrare

Il 28 gennaio si celebra per la prima volta la Giornata Internazionale della Coesistenza Pacifica. Istituita meno di un anno fa’ dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si aggiunge a una lista pressoché interminabile di giornate dedicate a soggetti evidentemente fondamentali per l‘avvenire dell’umanità come la Resilienza Globale del Turismo (17 febbraio), il Tonno (2 maggio), il Fair Play (19 maggio), il Calcio (25 maggio) o la Gastronomia Sostenibile (18 giugno). Ed è legittimo interrogarsi anche sulla necessità di lanciare una nuova iniziativa quando già ne esistono per l’Armonia tra le Fedi (1 febbraio), la Fraternità Umana (4 febbraio), la Giustizia Sociale (20 febbraio), la Coscienza (5 aprile), il Multilateralismo e la Diplomazia (24 aprile) e, addirittura, la Giornata Internazionale del Vivere Insieme in Pace (16 maggio). E ci limitiamo al primo semestre dell’anno.

Le risposte possono essere sintetiche o articolate. Si può vedere nella nascita della ricorrenza una manifestazione, taluni direbbero l’ennesima, della mission creep che circonda l’ONU. Il Palazzo di Vetro, che appare inerme e irrilevante sullo scacchiere politico internazionale, sembra rispondere moltiplicando le dichiarazioni ricche di retorica e povere di contenuti operativi. Per altri invece si tratta di riconoscere la fecondità del dibattito globale intorno al concetto di cultura della pace, che affonda le sue radici in Cultura de Paz, un’iniziativa educativa sviluppata in Perù nel 1986, e nella Dichiarazione di Siviglia sulla Violenza dello stesso anno, in cui un gruppo di scienziati di fama internazionale, riuniti sotto l’egida dell’UNESCO, sostenne che la guerra non è inevitabile per predisposizione biologica bensì un’invenzione sociale. E che di conseguenza “la stessa specie che inventò la guerra è capace di inventare la pace.” Suona ingenuo, magari, ma è una risposta a chi sembra minimizzare il grado di agency degli esseri umani, ridotti a rispondere ad un istinto primario bellicista. Nel 1989, ad Abidjan si arrivò all’articolazione formale in occasione del International Congress on Peace in the Minds of Men, anche se ci sono voluti 36 anni per arrivare al risultato.

Qualunque sia l’interpretazione corretta della nascita dell’International Day, risalta ad occhio nudo la distanza siderale che separa la ricerca della coesistenza pacifica dalla dottrina Donroe in rapido (e forse pericoloso) divenire. La risoluzione A/RES/79/269 enfatizza l’importanza della tolleranza, del rispetto della diversità religiosa e culturale e dei diritti umani. Inclusione, comprensione, solidarietà – nessuno di questi termini e concetti viene menzionato nel documento che crea il Board of Peace, un’istituzione nata dal nulla, opaca, priva di meccanismi di accountability e che un giorno non tanto lontano potrebbe fare concorrenza all’ONU.

In un momento di tensioni internazionali altissime, forse a livelli mai raggiunti dalla crisi di Cuba del 1961, la Giornata rappresenta un’opportunità per riaffermare sincera e convinta adesione ai principi che hanno consentito la coesistenza pacifica. Dal 1945, quantomeno in Europa, nelle Americhe (tranne che la guerra delle Falklands/Malvinas) e in Asia del Nordest (dal 1954), un periodo inusualmente esteso di pace tra le nazioni. Che non è soltanto assenza di conflitti, è soprattutto un processo dinamico complesso di partecipazione e dialogo, rispetto e fiducia. L’Italia, piccola e con un influenza marginale sullo scacchiere globale, non può che essere in prima linea nel difendere e promuovere l’uguaglianza dei Paesi di fronte al diritto internazionale, la proibizione dell’uso, o della minaccia, della forza e la risoluzione delle controversie mediante metodi pacifici. Ricercare la simpatia dei potenti di turno espone agli sbalzi di umore di costoro, indebolisce fin dall’inizio il potere negoziale ed espone il fianco alla derisione e all’umiliazione. Fortunatamente gli esempi di schiene dritte iniziano ad essere numerosi e autorevoli, da Mark Carney e Mette Frederikse (primi ministri di Canada e Danimarca) a Christine Lagarde e Jacob Frey (sindaco di Minneapolis). Forse sono pure meritevoli di una candidatura al Nobel per la Pace.


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