Lazio

la Centrale del Latte di Roma torna al centro delle polemiche

Non c’è tregua per la Centrale del Latte di Roma. A pochi anni dalla complessa battaglia legale che aveva visto il Campidoglio riconquistare la quota di maggioranza dal gruppo Lactalis (Parmalat), il destino dell’azienda sembra oggi nuovamente appeso a un filo.

Secondo Fabrizio Santori, capogruppo della Lega in Assemblea Capitolina, l’amministrazione avrebbe avviato silenziosamente l’iter per la dismissione, smentendo così i trionfi celebrati negli scorsi anni.

Tre fronti di critica

Santori parla di una strategia contraddittoria e poco trasparente, puntando il dito su tre aspetti chiave:

Incertezza legale: una recente sentenza della Corte di Cassazione ha riaperto la partita sulla titolarità del 75% delle quote. Per il capogruppo leghista, vendere ora significherebbe esporsi a rischi legali e a una probabile svalutazione dell’azienda.

Rischio PNRR: la Centrale del Latte ospita progetti finanziati con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, come il progetto Bartist e interventi di ammodernamento tecnologico per oltre 11 milioni di euro. Una cessione in questo momento potrebbe violare vincoli europei legati alla destinazione dei fondi pubblici.

Futuro dei lavoratori: l’azienda rappresenta un presidio industriale per 160 dipendenti diretti e centinaia di allevatori del Lazio. La paura è che la vendita serva solo a “fare cassa”, mettendo a rischio occupazione e filiera agroalimentare.

Trasparenza e confronto urgente

«Chiediamo lo stop immediato a qualsiasi ipotesi di svendita», avverte Santori, sollecitando un confronto urgente in Assemblea Capitolina.

La Lega accusa il Campidoglio di cercare di liquidare l’azienda nel silenzio, dopo aver autorizzato investimenti pubblici che ne hanno aumentato il valore sul mercato a scapito della collettività.

La Centrale del Latte, che assorbe circa un terzo della produzione di latte vaccino del Lazio, resta così al centro di un braccio di ferro politico che riguarda non solo le finanze comunali, ma l’intera filiera regionale, con riflessi su lavoratori, allevatori e comunità.

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