La base Maga insorge contro Trump dopo l’attacco all’Iran
I dem spingono per votare una risoluzione al Congresso – probabilmente non prima di mercoledì 4 marzo – che possa limitare i poteri di guerra di Donald Trump, mentre nella base Maga l’attacco all’Iran spacca l’ala repubblicana più convinta. O che, almeno, è stata quella della prima ora, la più trumpiana. A partire dall’influente conduttore Tucker Carlson, che ha visitato la Casa Bianca proprio la scorsa settimana, ha dichiarato a Jonathan Karl di Abc News che la scelta di attaccare l’Iran è “assolutamente disgustosa e malvagia”. Carlson, profondamente critico anche nei confronti di Israele, prevede che l’operazione militare a Teheran avrà un effetto dirompente proprio all’interno del movimento Maga, col rischio di estromettere la parte del movimento meno interventista.
Tra i primi critici c’è Marjorie Taylor Greene, ex legislatrice Maga e, in passato, una delle più accanite sostenitrici di Trump. Greene – da sempre un simbolo del movimento – aveva rotto con il presidente l’anno scorso e si era dimessa dal Congresso proprio per quella che, a suo dire, era la scarsa attenzione dell’attuale amministrazione alle questioni interne. “Abbiamo detto ‘Basta guerre straniere, basta cambi di regime!’. Lo abbiamo detto palco dopo palco, discorso dopo discorso. Trump, Vance, praticamente l’intera amministrazione, hanno fatto campagna elettorale su questo e hanno promesso di mettere l’America al primo posto e di rendere l’America di nuovo grande”, ha scritto Greene in un lungo post su X, definendo la mossa in Iran come un tradimento “straziante e tragico”. “Ci sono 93 milioni di persone in Iran, lasciate che si liberino. Ma l’Iran è sul punto di dotarsi di armi nucleari. Certo. Ci hanno imboccato questa strada per decenni e Trump ci ha detto che i suoi bombardamenti dell’estate scorsa hanno completamente spazzato via tutto. È sempre una bugia ed è sempre l’America Last. Ma questa volta sembra il peggior tradimento perché proviene proprio dall’uomo e dall’amministrazione che tutti credevamo diversi“, ha aggiunto. L’influencer di estrema destra Nick Fuentes ha implorato Trump su X: “Donald Trump niente guerra con l’Iran. Israele ci sta trascinando in guerra. L’America prima di tutto”.
Blake Neff, produttore del popolare podcast del defunto attivista di destra Charlie Kirk, ha osservato che Kirk si era opposto al cambio di regime in Iran. “Trump/Vance si sono presentati con un programma pacifista, ed è stato popolare”, ha scritto su X. “In questo momento alcuni dei miei amici di destra mi stanno scrivendo: ‘Fanculo.’ ‘È estremamente deprimente.’ ‘Non voterò mai più alle elezioni nazionali.’” Neff ha aggiunto: “Se questa guerra sarà una vittoria rapida, facile e decisiva, la maggior parte di loro la supererà. Ma se la guerra sarà diversa, ci sarà molta rabbia. Al popolo americano non è stata data una spiegazione convincente del perché ciò fosse necessario. Ma il successo può prevalere sulle cattive spiegazioni. Quindi dobbiamo pregare per il successo”.
Sui social peraltro sta circolando un intervento al Congresso di Tulsi Gabbard, oggi direttrice della National Intelligence, che nel 2020 – quando era ancora nel partito democratico, dunque 4 anni prima di passare nelle file dei Repubblicani – aveva dichiarato: “Una guerra totale con l’Iran farebbe sembrare le guerre a cui abbiamo assistito in Iraq e Afghanistan una passeggiata. Costerebbe molto di più in termini di vite umane, vite americane e soldi dei contribuenti americani – e tutto per raggiungere quale obiettivo? Quale obiettivo?”. A marzo dell’anno scorso aveva dichiarato che l’Iran non stava costruendo armi nucleari.
Tulsi Gabbard: “An all out war with Iran would make the wars that we’ve seen in Iraq and Afghanistan look like a picnic. It will be far more costly in lives, American lives, and American taxpayer dollars — and all towards accomplishing what goal? What objective?” (2020) pic.twitter.com/VcHcJVhDCe
— Home of the Brave (@OfTheBraveUSA) March 1, 2026
U.S. CONFIRMS IRAN NOT BUILDING NUCLEAR WEAPONS: March 25, 2025 the Director of National Intelligence Tulsi Gabbard testified that the IC continues to assess that Iran is not building a nuclear weapon pic.twitter.com/yXUUJQgYYa
— ???????????????????????????????? ???????????? ℍ???????????????????????????? ™️ MAFA (@Fightingfo50615) June 15, 2025
E tuttora, secondo quanto rivelato dalla Cnn nel giorno dell’attacco a Teheran, i servizi americani non dispongono di informazioni che certifichino l’avanzamento del programma nucleare. Di fatto, quando nel 2016 Trump era stato eletto nel suo primo mandato, aveva promesso parlando già da presidente a Fayettevile, vicino alla base militare di Fort Bragg, in Carolina del Nord: “Smetteremo di correre a rovesciare regimi stranieri di cui non sappiamo nulla, con cui non dovremmo essere coinvolti”. Nei dieci anni successivi ha promosso il suo messaggio isolazionista, assicurando ripetutamente ai suoi sostenitori “America first” – gli stessi che gli hanno garantito la vittoria elettorale per due volte – che non ci sarebbero state più guerre eterne come quelle in Afghanistan e Iraq. Tuttavia, la decisione del presidente di colpire l’Iran con forza sabato – uccidendo la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei – è diventata rapidamente un possibile punto di rottura con la sua base, scatenando dure reazioni all’interno del movimento Maga. Peraltro lui stesso, nel 2011, aveva accusato Obama – allora presidente – di essere incapace dei negoziati e di volere attaccare Teheran per garantirsi la rielezione.
E ci sono altre voci dell’universo repubblicano contrarie all’offensiva militare. Gli Hodgetwins, un duo di podcast conservatori che ha generalmente sostenuto Trump, hanno condannato gli attacchi in un post ai loro 3,5 milioni di follower, definendoli antitetici alla sua campagna del 2024. “Liberare il popolo iraniano non è il motivo per cui ho votato per Trump”, si leggeva nel post. Breck Worsham, ex sostenitrice di Trump e membro della sua campagna elettorale, nota come “The Patriotic Blonde”, ha scritto: “È ufficiale. Jimmy Carter non è più il peggior presidente della storia americana. Missione compiuta, @Potus. Un altro record infranto”. Worsham ha condiviso diversi post in cui si insinua che la guerra abbia lo scopo di distogliere l’attenzione dai dossier di Jeffrey Epstein.
Nel frattempo, altre figure Maga si sono schierate in difesa del presidente e hanno sostenuto la campagna di bombardamenti. Ad esempio, Laura Loomer, una influencer che sussurra all’orecchio di Trump, ha scritto su X: “L’Iran attacca gli Stati Uniti da oltre 47 anni. E ora, il 47° Presidente degli Stati Uniti sta ponendo fine al suo regno del terrore”. Mentre i democratici hanno duramente criticato gli attacchi contro l’Iran, all’interno del Partito Repubblicano il sostegno all’operazione del tycoon è, per ora, forte. Le eccezioni sono poche, tipo quella conservatore di orientamento libertario Thomas Massie, che ha scritto: “Sono contrario a questa guerra. Questa non è ‘America First’”. Mike Davis, a capo dell’Article III Project, un gruppo di difesa legale pro-Trump, ha affermato che gli attacchi sono giustificati, citando un recente videomessaggio in cui l’ayatollah Khamenei avvertiva che l’Iran avrebbe potuto affondare navi da guerra statunitensi.
“Quel video è tutta la giustificazione di cui il presidente ha bisogno per radere al suolo la casa del leader supremo e farlo fuori”, ha detto Davis all’ex stratega di Trump Steve Bannon nel suo podcast War Room, molto popolare nella base Maga. Secondo gli analisti, l’inquietudine, almeno per ora, è più un rumore che una rivolta: le critiche provengono principalmente dalla “classe chiacchierona” della base Maga e non dai leader eletti repubblicani. È troppo presto, tuttavia, per dire come si sentiranno gli elettori Maga a lungo termine, in quanto questa operazione appare come una violazione diretta di un’importante promessa elettorale repubblicana di rimanere fuori dagli impegni all’estero. In tutto ciò, gli ultimi sondaggi d’opinione mostrano costantemente che la principale preoccupazione degli americani è l’aumento del costo della vita. Eppure, gran parte dei primi 13 mesi di mandato di Trump è stata dominata da questioni di politica estera.
Il vicepresidente JD Vance, da parte sua, ha assicurato al Washington Post questa settimana che “non c’è alcuna possibilità” che gli Stati Uniti possano essere risucchiati in una guerra in Medio Oriente per anni senza una fine in vista. Tuttavia, all’interno della base Maga, lo scetticismo resta. Senza contare che la dubbia logica di tali interventi, con i loro echi della guerra in Iraq e il timore che possano portare gli Stati Uniti a schierarsi sul campo con dei soldati dentro l’Iran, rappresenta un’enorme scommessa elettorale che aumenta i rischi politici per i Repubblicani nel tentativo di rimanere al potere al Congresso anche dopo questo novembre. Chi delinea una distinzione tra i pro e i contro è l’influente podcaster Maga Jack Posobiec. Parlando a Politico, ha dichiarato che “c’è un divario generazionale tra i sostenitori Maga su questo. Gli elettori più anziani lo sostengono, quelli più giovani no. I sostenitori Maga della Generazione Z – ha detto – vogliono arresti nel caso Epstein, deportazioni e aiuti economici, non guerra”. Secondo Posobiec, l’attacco contro l’Iran potrebbe alienare la base e danneggiare i repubblicani nelle prossime elezioni di medio termine del 2026: “L’anno scorso, Charlie Kirk ci ha detto che le giovani generazioni di americani sono molto più interessate alla politica interna che alla gestione dei conflitti internazionali e non possiamo dimenticarlo in un anno di elezioni di metà mandato“. E date le richieste degli elettori, l’attacco in Iran potrebbe avere un effetto deleterio anche sul piano del consenso.
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