Calabria

Kevin Spacey e la Calabria «guardata da vicino»



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Le passeggiate sul corso di Soverato con una pizza sotto braccio, il soggiorno trascorso in una storica location affacciata sul mare di Stalettì, le fotografie con i curiosi, l’abbraccio del pubblico e quell’incontro con Lino Banfi, culminato in una proposta tanto spontanea quanto suggestiva: «Dobbiamo fare un film insieme». Le cartoline della settimana calabrese di Kevin Spacey raccontano molto più della passerella del Magna Graecia Film Festival, restituiscono l’immagine di un uomo che, almeno per qualche giorno, ha scelto di vivere il territorio senza filtri, lasciandosi alle spalle il clamore che da quasi un decennio accompagna ogni sua apparizione pubblica.

«Vorrei dedicare questo premio a tutti quelli che hanno perso – commenta dal palco del festival – ricordo sempre il manifesto di American Beauty: sotto il titolo c’era una frase che oggi, per me, ha un significato ancora più profondo di quanto ne avesse quando realizzammo quel film. Era una frase molto semplice, soltanto due parole: «Guarda più da vicino». Ho imparato che questo esercizio, quello di guardare più attentamente, è qualcosa che troppo spesso trascuriamo. E invece dovremmo prenderci il tempo, quando possiamo, di osservare un po’ più da vicino. Non dovremmo limitarci ad accettare ciò che viene detto su qualcosa o su qualcuno. Dovremmo trovare il tempo per farci un’opinione da soli, con curiosità, con gratitudine e con pazienza. Guardate più da vicino.»

Per l’attore americano, invece, Soverato è sembrata rappresentare qualcosa di diverso da una semplice tappa promozionale. Dopo anni in cui il suo nome è stato associato soprattutto alle vicende giudiziarie che ne hanno interrotto la carriera (concluse con l’assoluzione nei principali procedimenti) la permanenza calabrese ha assunto i contorni di un ritorno alla normalità. Non il divo irraggiungibile protetto da cordoni di sicurezza, ma un uomo riservato che passeggia tra la gente, accetta fotografie e strette di mano, entra in un locale storico del territorio e si lascia incuriosire da una terra che, probabilmente, conosceva poco.

L’arrivo a Soverato di Spacey non è però soltanto l’appuntamento più atteso della ventitreesima edizione del Magna Graecia Film Festival: è un evento destinato a riaccendere un dibattito che da anni attraversa il mondo della cultura: è possibile separare l’artista dalla sua vicenda personale? E quale ruolo devono assumere i festival quando decidono di riportare al centro della scena figure così controverse? Negli ultimi nove anni Kevin Spacey è diventato il simbolo più emblematico della stagione inaugurata dal movimento #MeToo. Negli Stati Uniti diversi procedimenti si sono conclusi con archiviazioni o rigetto delle accuse, mentre nel luglio 2023 la giustizia britannica lo ha assolto da tutte le imputazioni di aggressione sessuale formulate nei suoi confronti. Assoluzioni che non hanno automaticamente coinciso con una piena riabilitazione professionale, dimostrando come il tribunale dell’opinione pubblica segua logiche differenti rispetto a quello ordinario. È proprio qui che la scelta del Magna Graecia Film Festival assume un significato particolare. Invitare Spacey non equivale necessariamente a esprimere un giudizio sulla sua vicenda personale, ma significa riaffermare una precisa idea di festival: un luogo nel quale il cinema continua a confrontarsi anche con le sue contraddizioni, senza sottrarsi alle domande più scomode. Ed è questa la cifra più interessante della presenza di Kevin Spacey in Calabria: ricordare che il cinema, quando smette di essere semplice intrattenimento, continua ad avere la capacità di interrogare la società molto oltre il red carpet.

Interrogativi suscitati anche dalle tante pellicole in concorso che nella serata finale hanno eletto il vincitore. Il premio per la migliore opera prima e seconda a «Tienimi presente» di Alberto Palmiero conferma la fiducia della giuria in un’opera che affida alla sottrazione narrativa e alla forza delle emozioni il proprio linguaggio espressivo. Una scelta che privilegia la sensibilità dello sguardo rispetto all’effetto di uno dei debutti più personale del cinema italiano che spinge a riflettere sullo smarrimento di una generazione costretta a fare i conti con aspettative disattese, precarietà e il timore di essere rimasta indietro.

Non sorprende il riconoscimento alla sceneggiatura di «Breve storia d’amore», debutto alla regia di Ludovica Rampoldi, una delle firme più autorevoli della scrittura italiana contemporanea. È un premio che valorizza un cinema nel quale la parola non serve a spiegare i personaggi, ma a rivelarne le fragilità, restituendo autenticità ai sentimenti senza indulgere nel melodramma. Con «Gioia mia» Margherita Spampinato conquista il premio per la migliore regia grazie a una messinscena rigorosa, capace di trasformare una vicenda familiare in un racconto universale. La regia non invade mai il racconto, ma lo accompagna con misura, dimostrando come l’essenzialità possa diventare una cifra stilistica di grande efficacia.

Nella stessa direzione si collocano i riconoscimenti per gli interpreti. Valeria Golino, migliore attrice, conferma ancora una volta una straordinaria capacità di abitare i personaggi senza mai sovrastarli, mentre Francesco Colella, miglior attore, offre una prova di rara intensità, costruita più sulle sfumature che sugli eccessi. La menzione speciale assegnata a Saul Nanni è invece il segnale di una nuova generazione di interpreti che il festival continua a osservare con attenzione.


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