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Just Mustard – We Were Just Here: L’attrito di un’epoca inquieta :: Le Recensioni di OndaRock

I don’t wanna go where I can’t feel a thing […]I just wanna make it feel good

Un sospiro d’evanescenza impalpabile, infuso di speranza. Così suona la voce di Katie Ball, presa come una farfalla in un retino nell’intricata e nervosa tessitura di arpeggi di “Dreamer”, cuore onirico del terzo album dei Just Mustard.
Negli ultimi due progetti, la band irlandese ha sempre indagato una grammatica sonora a tinte fosche e sfuggenti che gravita nella galassia di shoegaze, noise e post-punk. La cupezza del loro suono viene dal grigio ardesia dei cieli piovosi della loro Dundalk, Irlanda. Lo stesso cielo degli ambasciatori dell’isola nel mondo, i Fontaines Dc, che li hanno scelti come gruppo di supporto per il il tour in Europa e Usa del 2022. Le stesse ombre gotiche dei Cure di Robert Smith, loro estimatore, che li ha voluti con lui nel tour Sudamericano del 2023, oltre che per alcuni date della prossima estate 2026.

Con “We Were Just Here” c’è un passo decisivo, riconosciuto dalla stessa band di Dundalk, nella direzione di un carattere ottimista, che annaspa in cerca di leggerezza. “Volevamo suonare musica che fosse più ballabile e diretta,” ha dichiarato Katie Ball al Nme. “In più, ho cominciato a sentirmi una persona deprimente da avere attorno. Volevo scrollarmi di dosso i sentimenti pesanti che portavo con me e provare ad essere una persona più positiva da avere attorno”.
Le atmosfere dei brani sono meno claustrofobiche, più ariose. Dall’apertura “Pollyanna” – secondo l’Oxford English Dictionary, “una persona ottimista e allegra in modo eccessivo e irrazionale, che si aspetta sempre che accadano cose belle” – fino a “That I Might Not See”, si percepisce una tensione angosciosa: ma se nei dischi precedenti si incancreniva in una spirale paranoica, qui diventa ansia vitale. Il chitarrista e seconda voce David Noonan l’ha chiarito al Nme: “Giochiamo molto con la tensione, ma in questo album la tensione tira in una direzione diversa. Prima la luce veniva risucchiata dall’oscurità, ma stavolta cerchiamo di andare nella direzione opposta”.

La luce trapela nei ritmi spasmodici e frenetici – la batteria trascina il mix grazie all’intervento di David Wrench (Fka Twigs, Frank Ocean, Sampha, Caribou, The XX, David Byrne). Pezzi come la title track, oppure “Endlesss Deathless”, “Silver” o ancora l’epica coda di “Dandelion” sono pensati per far muovere il pubblico, dopo averlo visto agitarsi accalcato di fronte ai grandi palchi. Il disco è percorso da un’euforia, quasi a replicare i suoni e la cultura del clubbing acid house: quella ricerca di connessione onnipervasiva che possa disciogliere i sensi e farci perdere il centro.
I riferimenti shoegaze per il disegno del soundscape sono chiarissimi: Elizabeth Frazer dei Cocteau Twins per la voce di Ball, delicata e trasparente come un cristallo; My Bloody Valentine per i tappeti sonori fatti di strati melodici fittissimi, definiti da Guinness Rockpedia “il suono di Dio che starnutisce in slow motion”.
Ma se il rumore etereo di “Loveless” pare immerso in un crepuscolo d’oblio sonnolento, quello che sentiamo qui – “Silver”, “Somewhere”, “Dandelion” – è fatto di toni e texture che sanno più del barlume tenue di un’alba.
Eppure non è tutto luce. C’è un cuore oscuro del disco, reciso dal rammarico e dalla lontananza: la frase del titolo “We Were Just Here”, si usa in inglese per esprimere stupore o tristezza rispetto a quanto rapidamente sia passato il tempo. A seminare in filigrana queste tracce malinconiche sono le chitarre dense, sature, industriali di David Noonan e Mete Kalyoncuoglu, “Far sì che le chitarre non suonino necessariamente come chitarre,” ha detto Ball al Nme, spiegando il loro approccio agli strumenti. “Cerchiamo di trovare modi per arrangiare i brani usando la strumentazione classica di una rock band, ma provando a farlo in modo che rifletta anche altri tipi di musica che ci interessano, non solo quella basata sulle chitarre. È divertente spingere gli strumenti il più possibile in direzioni diverse — è la parte più stimolante per me”.

“In ogni caso, tendiamo tutti verso il lato oscuro.” Così aveva detto Ball in riferimento al loro disco precedente. Anche qui, con gli ultimi due pezzi, il cono d’ombra si prende tutto. Un senso di minaccia ferina monta in “The Steps”, le cui dissonanze catatoniche sembrano l’incedere sferragliante di un automa dismesso. Un fragore gonfio, distorto e nero – lo stesso che si sente all’inizio del viaggio – incomincia la chiusura devastante di “Out Of Heaven”. Sembra scartare tutta la gioia che era stata scoperta; si osserva un legame che si disintegra su sé stesso. Le voci di Ball e Noonan si fanno da contrappunto dai due poli di una distesa gelida, desolata. Continuano a ripetere: “Is this falling out of heaven?”.

03/11/2025




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