Società

Julio Velasco smonta la nostalgia del passato: “I giovani hanno bisogno di energia e ottimismo, non di sentirsi dire che non valgono”

Julio Velasco ha affrontato il tema del rapporto tra generazioni nel programma “La Torre di Babele” su La 7. Il commissario tecnico della nazionale italiana di pallavolo femminile ha sviluppato una riflessione articolata sul ruolo degli adulti nei confronti dei giovani e sulla necessità di superare la retorica del declino generazionale.

La questione centrale sollevata da Velasco riguarda la percezione diffusa che il presente rappresenti un peggioramento rispetto al passato. Il tecnico ha citato un ricordo del suo percorso di studi in filosofia: “Un mio amico, che poi è diventato anche preside della facoltà, diceva che il progresso non è eliminare i problemi, è cambiare il tipo di problema, è passare a uno che è un po’ meglio di quello precedente“. L’esempio proposto ha riguardato l’evoluzione dei mezzi di trasporto. Le automobili producono inquinamento atmosferico, ma l’alternativa dei cavalli avrebbe generato problemi diversi e non necessariamente minori nelle metropoli contemporanee.

Il ragionamento di Velasco ha messo in discussione la legittimità stessa dei confronti storici. “Si fa un confronto storico tra i migliori giovani di quando noi eravamo giovani con i peggiori di adesso“, ha osservato, definendo questo metodo “non molto leale“. La correttezza metodologica richiederebbe di confrontare i migliori di allora con i migliori di oggi, e analogamente i peggiori delle due epoche. Il punto fondamentale non risiede però nella validità di questi raffronti, che Velasco ha considerato sostanzialmente impossibili, ma nel messaggio che gli adulti scelgono di trasmettere alle nuove generazioni.

Il mondo complicato e la sfida educativa contemporanea

L’allenatore ha posto una domanda diretta: “Cosa vogliamo dire ai giovani? Vogliamo dire che noi eravamo meglio? Questo può essere una cosa motivante per un giovane, dirle che noi eravamo meglio, che loro non hanno ideali?“. La risposta di Velasco ha delineato un’alternativa chiara. Il compito degli adulti consiste nel fornire energia, ottimismo e la consapevolezza che i ragazzi possono affrontare con successo le sfide del loro tempo. “Secondo me il nostro ruolo è darle a loro energia, darle a loro ottimismo, darle a loro la consapevolezza, fiducia che possono farcela“, ha affermato.

La complessità del mondo contemporaneo rappresenta una condizione condivisa da tutte le fasce d’età. Velasco ha respinto l’idea che i giovani debbano confrontarsi con difficoltà maggiori rispetto agli adulti. “Hanno a che fare con un mondo complicatissimo, ma è complicato anche per noi che abbiamo una certa età. Vogliamo che non lo sia per un ventenne?“. L’esempio degli smartphone ha illustrato questo punto. Gli adulti criticano l’uso intensivo dei dispositivi da parte dei ragazzi, ma lo stesso comportamento caratterizza anche le generazioni più mature. “Ci lamentiamo che sono con il telefonino, noi no, noi adulti no, siamo con i libri, ma quando mai? Siamo anche noi sempre con il telefonino“.

Il tecnico ha ricordato i movimenti giovanili degli anni Sessanta e Settanta, quando i Beatles rappresentavano uno scandalo culturale e venivano censurati dalla radio britannica. Quella generazione ha vissuto momenti storici irripetibili, dalla nascita di una cultura giovanile autonoma alla contestazione della guerra in Vietnam. Oggi la situazione appare diversa: per decenni i ragazzi hanno ascoltato la stessa musica e indossato gli stessi vestiti degli adulti. “Non riuscivano a fare da giovani“, ha osservato Velasco. L’emergere di una nuova musica che non piace alle generazioni precedenti rappresenta un segnale positivo. “Per fortuna a noi adulti non piace, perché loro hanno bisogno di avere la loro musica che a noi non piace“.

Identità culturale e appartenenza oltre i simboli

Velasco ha affrontato anche il tema dell’identità nazionale attraverso una riflessione personale sull’inno d’Italia. Il commissario tecnico ha spiegato la sua scelta di non cantare l’inno italiano durante le manifestazioni ufficiali. “Io mi sento molto italiano, però non canto l’inno“, ha dichiarato. La motivazione risiede in un legame profondo con l’inno argentino, cantato durante il periodo scolastico e universitario, e in momenti drammatici come i funerali di amici assassinati dalla dittatura militare.

L’inno è uno solo, come le squadre di calcio: ce n’è una“, ha spiegato Velasco. La decisione non implica alcuna negazione del sentimento di appartenenza all’Italia. “Dimostro continuamente di sentirmi molto italiano e di difendere anche l’italianità, intesa come cultura, come abitudini“. L’allenatore ha rivendicato la coerenza di una posizione che rispetta la storia personale senza rinnegare l’impegno verso il paese in cui lavora. “Ho un passato legato all’inno argentino che non posso cancellare“, ha concluso, indicando come l’identità possa articolarsi su piani diversi senza contraddizioni.


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