Jannik e Lorenzo, questione di maturità
Capita d’incontrare adulti che non cresceranno mai. O di incappare in ragazzini già maturi. Diventare grandi non è facile per nessuno, e i passaggi per riuscirci variano da persona a persona, da contesto a contesto. Per esempio, otto anni fa, la prima volta che lo vidi in campo e poi lo sentii parlare, Jannik Sinner, classe 2001, mi stupì per la determinazione che sapeva già giustificare dialetticamente. Poi scoprii che, per realizzare il suo progetto tennistico, se n’era andato a vivere, a 13 anni, a otto ore di macchina da casa. Luciano Darderi, 2002, ha condiviso, da adolescente, scelte familiari che hanno accelerato la sua presa di coscienza di avere responsabilità non comuni a quell’età. Solo da un paio d’anni Lorenzo Musetti, anch’egli 2002, dimostra sicurezza nei propri mezzi, grazie anche alla doppia paternità e alla predisposizione all’autoanalisi. Ormai maturi dopo percorsi incomparabili, alla fine degli AusOpen 2026 tutt’e tre saranno tra i primi 25 giocatori al mondo, insieme a Flavio Cobolli, uscito di scena troppo presto dal torneo: numero 2 Jannik, in una posizione tra la 3 e la 5 Lorenzo, 20 il romano, 23 l’italo-argentino.


Sinner e Darderi sono i protagonisti della prima serata nella Margaret Court Arena. È un derby italiano senza precedenti, perché finora i due non s’erano mai incrociati nel circuito professionistico, e nemmeno a livello giovanile. Del tutto comprensibile l’emozione iniziale di Luciano, dovuta anche alla voglia di non sfigurare. Perso malamente il primo set nonostante qualche esempio di vincenti di sola potenza, il ragazzo venuto in Italia da Villa Gesell si tranquillizza. Fa crescere visibilmente la qualità dei suoi colpi nel secondo set, ma Jannik è attento a non dargli alcuna chance di recuperare il break subito nel terzo game. L’ultimo parziale è equilibrato, ed è quello che servirà a dare ragionate motivazioni a Darderi per insistere sulla strada imboccata insieme al suo team e, in particolare, al coach papà Gino, già ottimo giocatore a livello sudamericano. Si procura quattro occasioni di break nel nono game, annulla due match point nel decimo, poi deve arrendersi alla superiorità dell’avversario nel tie-break. Finisce 6-1 6-3 7-6.

E Sinner? Senza il tormento del caldo che lo disidrata e sfianca, fa ogni cosa come deve, non esagera, dà anche nel terzo periglioso set l’impressione di avere il controllo pieno della partita. Nel confronto a distanza con Carlos Alcaraz, che ieri aveva prevalso in tre set su Tommy Paul, direi che nessuno dei due mostra un’evidente superiorità. Il quadro si chiarirà nei quarti di finale, con lo spagnolo opposto ad Alex de Minaur, cocco di casa e in grande spolvero in questi giorni, e Jannik che se la vedrà con Ben Shelton, che oggi fatica assai a eliminare Casper Ruud (3-6 6-4 6-3 6-4).

Sinner-Shelton è ormai un classico, con nove confronti e un unico successo per l’americano, ottenuto alla prima occasione, a Shanghai nel 2023. Contro di lui, nel 2025 Jannik ha vinto la semifinale a Melbourne e il quarto di finale a Wimbledon, sempre in tre set. Però, spiega, “forse in questi mesi è migliorato tanto quanto sono migliorato io”. Difficile, visto che Shelton è reduce dall’infortunio subito agli US Open, quando si ritirò in lacrime nel match di terzo turno contro Adrien Mannarino a causa di un problema alla spalla sinistra. Si parlò di una lesione dell’articolazione acromion-clavicolare, che richiede recupero e riabilitazione. Invece, rieccolo qui, il figlio di Bryan (ATP 55 nel 1992, oggi suo coach), aggressivo e competitivo.
C’è un momento, in Musetti-Fritz sul campo della Rod Laver Arena nella più calda ora del pomeriggio, che è illuminante: è quando Taylor prova a trasformare gli scambi in una faccenda lineare – servizio, uno-due, campo aperto – e Lorenzo gli risponde con la cosa più “adulta” che gli si sia vista fare a Melbourne. Che non è l’estro, ma l’attenzione a non farsi attrarre nella trappola. Finirà 6-2 7-5 6-4 in due ore scarse.


Anche il carrarino, come farà più tardi Sinner, mantiene sempre la guida degli scambi. Il primo set è un atto unico: Muso entra nella partita come se avesse già letto il copione. Taylor non trova profondità né tempo, e soprattutto cerca insistentemente e inutilmente la sensazione di poter comandare col servizio. Lorenzo gli prende il centro del campo, gli sporca le geometrie con variazioni che non cercano l’applauso ma l’errore altrui. È una partenza senza show, la sua, e proprio per questo più spietata. Nel secondo set il californiano prova a rimettere ordine, a far pesare il ritmo, a trasformare il match in una lunga trattativa. Musetti lo lascia avvicinare senza regalargli l’illusione del sorpasso; quando si arriva nella zona calda, sul 5-5, piazza il break che decide il parziale.
È evidente che il numero 2 d’Italia sta giocando con un’idea semplice: prevalere con metodo più che con l’ispirazione. Nel terzo set scappa avanti e poi gestisce la pratica, senza quei cali di tensione che per anni hanno fatto parte del suo fascino e del suo limite. Anche fuori dal campo, del resto, il torneo gli sta chiedendo un equilibrio speciale: staff ridotto per questioni personali (il coach Simone Tartarini è in Italia per la scomparsa della madre, il preparatore atletico Damiano Fiorucci è in ospedale a Melbourne, la moglie Veronica è a casa con i bambini, l’ultimo dei quali nato nemmeno due mesi fa). Ai media, Lorenzo racconta di essere “costretto” a diventare più essenziale, quindi più solido, più responsabile. Aiutato dal coach in seconda José Perlas, sta facendo al meglio il suo lavoro, che è una terapia che funziona nei momenti difficili.
Per Musetti, mercoledì, sarà l’esordio nei quarti dello slam downunder. Ad attenderlo c’è Novak Djokovic (che oggi non ha giocato per il forfait di Jakub Mensik): la domanda che ci facciamo tutti non è se può batterlo, ma quanto lontano può spingere la versione di sé di oggi, quella – pur vincente – che non ha cercato di piacere a ogni costo al pubblico.
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