Jannik, avanti il prossimo – la Repubblica

Quante storie avrei da raccontare pur rimanendo nella comfort zone dei match con gli italiani oggi in campo. Ognuna meriterebbe un’intera Monday’s Note. Vorrei scrivere di Francesco Maestrelli che, davanti al pubblico della Rod Laver Arena, dà un po’ di filo da torcere a Novak Djokovic, già consacrato dai numeri Greatest of All Time. Oppure raccontare dei due Lorenzo, Musetti e Sonego, che si battono per il terzo turno mentre nell’angolo di Sonny c’è Vincenzo Santopadre, il coach che portò Matteo Berrettini alla finale di Wimbledon 2021, e in quello di Muso manca Simone Tartarini: è forse la prima volta in quindici anni (è tornato in Italia per la morte della madre, al suo posto c’è l’esperto allenatore spagnolo José Perlas). O, ancora, di Luciano Darderi che se la vede con Sebastian Báez, un giocatore che conosce da quand’era bambino a Villa Gesell, in Argentina. O infine di Jannik Sinner che ritrova l’australiano James Duckworth, sua bestia nera nel 2021 con la sconfitta nel Masters 1000 in Canada (3-6 4-6) e il successo risicato nel 250 in Romania (7-6 6-4).
Invece comincio da una storia minima, conseguenza di una chiacchierata casuale a pranzo. La domanda che mi viene posta è all’incirca questa, premessa compresa: “Guardo il tennis da quando c’è Sinner, quindi ancora non so tutto. Per esempio, non capisco perché due italiani fortissimi si affrontino al secondo turno di uno slam”. Con pazienza spiego al non più giovane commensale che il sorteggio che serve a compilare il tabellone tiene conto soltanto dei ranking dei giocatori, così da assicurare, per fare un esempio, che il numero 1 e il numero 2 del torneo si ritrovino avversari in finale, non prima. Le amicizie e le fratellanze, così come le rivalità e i passati screzi tra giocatori, non influiscono. La replica la dice lunga su come il bullismo geopolitico dei padroni del mondo stia facendo proseliti: “Ma se l’Italia è il paese tennisticamente più forte, dovrebbe approfittarne per imporre regole che la favoriscono”.
La prima serata, assai fresca, è perfetta per riempire le tribune della Rod Laver Arena. Corrono tutti a vedere il “red guy”, che qui si è preso gli ultimi due titoli, alle prese con un ragazzone di Sydney classe 1992, James Duckworth, che il tennis l’ha conosciuto in fasce: la nonna Beryl Penrose, nel 1955, a 24 anni, qui si prese lo slam di singolare femminile e raggiunse i quarti di finale al Roland Garros e a Wimbledon. Dotato di ottimi fondamentali, Jimmy ha avuto la carriera condizionata da numerosi infortuni e interventi chirurgici alla spalla, al gomito e al piede destro, che lo hanno costretto a lunghe pause. Forse intimorito, nel primo set non tocca quasi palla, ma all’inizio del secondo riesce a mostrare le proprie qualità, correlate a un fisico ben proporzionato (183 centimetri per 82 chili): velocità e agilità che gli permettono di coprire il fondocampo e costruire gli scambi, manualità che lo rende pericoloso sotto rete.
Preferisce dettare il ritmo con colpi profondi e solidi, cercando di spingere l’avversario in difesa e poi trapassarlo. Il servizio è potente e preciso, il rovescio e il dritto da fondo gli consentono di mantenere continuità nei rally. È tenace e resiliente come può esserlo, da numero 88 ATP, il sesto degli otto over 34 tuttora tra i Top 100. Ok, ma Jannik non è quello del 2021: la visione, il controllo dinamico, la potenza, la precisione lo rendono ingiocabile per nove giocatori su dieci, e Duckworth è tra questi. Incassati i parziali d’avvio, l’italiano rischia una battuta d’arresto nel quarto game del terzo set, quando concede due palle break che non vengono sfruttate. Il match di fatto finisce lì (6-1 6-4 6-2). Il prossimo candidato a instillare qualche dubbio nelle certezze di Jannik è la sorpresa Eliot Spizzirri, americano del Connecticut con antenati calabresi, anch’egli classe 2001, mai approdato finora al terzo turno di un major.
Non posso esentarmi dal segnalare i risultati dei match di cui ho detto all’inizio. Nella Margaret Court Arena, il secondo stadio del Melbourne Park, Musetti prevale su Sonego con un netto 6-3 6-3 6-4, mostrando maggiore continuità e varietà di gioco. L’uscita dal tabellone del sempre più sfortunato Stefanos Tsitsipas, che si è infortunato alla caviglia, dà il via libera al ceco Tomáš Macháč (6-4 3-6 7-6 7-6), prossimo avversario del carrarino. Darderi elimina Sebastian Báez con il punteggio di 6-3 1-6 6-4 6-3, grazie al proprio carattere e alla peristaltica qualità del gioco dell’avversario. Infine, Novak Djokovic si impone con autorità su Maestrelli (6-3 6-2 6-2), pur con qualche errore di troppo, come gli accade da sempre nei primi turni degli slam. Parlando del pisano (e forse anche di Gea, del quale scrivo più avanti), il mio amico Giovanni sostiene che “i cinque set non sono congeniali ai nuovi talenti, tutti spossati dopo le maratone del primo turno”. A me sembra piuttosto che i quattro successi sui cinque match di queste due settimane down under ci restituiscano un giocatore capace, serio e motivato che potrebbe scalare rapidamente la classifica ATP. È a un passo: Francesco lascia infatti l’Australia da virtuale numero 111 al mondo.
Quarant’anni e non sentirli: continua lo sfavillante Farewell Tour di Stan Wawrinka, che oggi ha eliminato il francese Arthur Gea al termine di una sfida decisa soltanto al super tie-break del quinto set, 4-6 6-3 3-6 7-5 7-6 (10-3). Una battaglia estenuante durata 4 ore e 33 minuti che lo svizzero ha vissuto con evidente godimento, apprezzatissimo dal pubblico della Kia Arena.
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