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Jack Harlow – Monica: Il soul che piace a Starbucks :: Le Recensioni di OndaRock

Sembrava aver appeso il microfono al chiodo, Jackman Thomas Harlow, ennesimo white rapper tanto facile da vendere al grande pubblico quanto pronto da scaricare una volta finito l’hype. Perché al contrario di altri generi afroamericani ormai diventati fondamenta della musica anglofona, l’hip-hop continua a resistere alla vampirizzazione – o meglio, una volta passato l’effetto sorpresa di fronte a volti di campagna adornati di Jordan e catene d’oro (nel caso di Harlow, tre album e una manciata di singoli sparati in stretta sequenza), gli ascoltatori fedeli al genere non sanno cosa farsene di questi prodotti confezionati a metà del guado.
Jack è conscio di questo precariato, anche se non ama darlo a vedere; alcuni spezzoni della sua intervista a Popcast, rilasciata in concomitanza di questo album, hanno già infiammato gli angoli più attenti della Rete. Certo non l’ha toccata piano: “Monica”, quarto album in carriera sempre sotto Atlantic, è stato registrato agli Electric Lady di New York, la storica culla dei Soulquarians, per copiarne quella vibrante anima neo-soul ricca di blues, jazz e funk assieme a un ricco parterre di collaboratori. Va da sé che il prodotto di un pop-rapper cresciuto in un allevamento di cavalli nel Kentucky abbia poco da spartire con quel che fecero i Roots, D’Angelo ed Erykah Badu in quelle stesse sale d’incisione sul finire degli anni Novanta.

Ma durante l’intervista di cui sopra, Harlow è pronto a ricordare di non avere il physique du rôle per fare un nuovo “Voodoo” – “Monica” è un ascolto dichiaratamente senza ego, lontano dalla boria del rap dei suoi esordi. Jack ammette poi di non essere un bravo cantante, i tanti musicisti in studio sono stati chiamati per sopperire ai suoi limiti vocali – e si sente, perché il problema più apparente di “Monica” sta proprio nei sospiri a mezz’asta dell’autore, certo funzionali a un ascolto distratto ma comunque monotoni e incolori.
Alcuni momenti potrebbero essere indebitati a Jamie Woon (l’elegante r&b da camera di “Prague”, la suadente mestizia di “Living Alone”) o Lewis Taylor (l’esangue “My Winter”), ma Jack non ha proprio il registro adatto – lampante lo scarto quando il cantante soul James Savage intona da solo l’intermezzo “Move Along”. Viene meglio semmai pensare al Robin Thicke rigorosamente pre-“Blurred Lines” sul piglio esistenziale di “Against The Grain”.
Certo, “Trade Places” è deliziosa e arriva accompagnata da uno di quei filmati incidentali a mo’ della prima Jill Scott che ne sottolinea l’umore con delicatezza d’essai. Su “All Of My Friends” Jack trova finalmente la giusta verve interpretativa grazie a un testo dolce-amaro che deve stargli particolarmente a cuore, mentre la conclusiva “Say Hello”, traccia più lunga in scaletta, ha modo d’imbastire una ricchezza progressiva sullo stile di Oscar Jerome.

Se Justin Bieber può darsi all’r&b alternativo con l’aiuto di Dijon e mk.gee, Harlow ha dalla sua Mustafa, Ravyn Lenae e Omar Apollo a fargli da coristi, addirittura Robert Glasper al piano su un paio di tracce, tutti assieme senza pestarsi i piedi in un ascolto mai eccitante ma snello e compatto – al contrario dell’esagerata epopea “Swag” e “Swag II”, infatti, l’intero “Monica” dura ventotto minuti appena.
Quel tanto che basta per riportare Harlow se non in vetta alle classifiche perlomeno all’attenzione del pubblico dopo tre anni d’assenza, magari con qualche nuovo favore critico per aver tentato una carta diversa dal solito, al netto delle intricate conversazioni sull’appropriazione culturale di tali stilemi che a questo giro lo accompagneranno senza sosta. Si parla comunque di un ascolto tremendamente light – durante la stessa intervista a Popcast, Jack ha reiterato la volontà di pubblicare qualcosa di piacevole e parco di attriti, perfetto per la filodiffusione nelle grosse catene di caffè come Starbucks. Se lo dice lui, non saremo certo noi a pontificarvi sopra ulteriormente.

22/03/2026




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