Italiani in Slovenia, un variegato sottobosco. Tra expats in cerca di lavoro e pendolari triestini
5 aprile 2026 – ore 10:00 – C’è chi lo fa per lavoro, chi per le tasse sensibilmente più basse, chi ancora per la ricerca di tranquillità e contatto con la natura. Sono davvero tante e diverse le ragioni per le quali gli italiani si trasferiscono a vivere in Slovenia e, ancor più, triestini e bisiacchi. Fino a cinque, anche dieci anni fa, le motivazioni erano essenzialmente due, ben precise: poter acquistare una casa, o meglio una villetta con giardino, a un prezzo altrimenti impossibile a Trieste e poter gestire un’impresa o una ditta individuale senza il carico burocratico e fiscale esistente in Italia. Ricordiamo come la Slovenia sia tutt’oggi uno dei Paesi con i costi in assoluto minori per aprire una partita IVA o un’azienda. Erano (e lo sono ancora, anche se in misura molto minore) gettonate le zone proprio al di là del confine, a partire da Sesana, Cosina, Lokev e Divaccia, proseguendo con Stanjel/San Daniele, Bertocchi, Skofje, Crevatini e Ancarano, senza dimenticare naturalmente Capodistria. La costa e l’entroterra, pertanto, ciascuna con le sue particolarità.
In questo contesto occorre citare la terza categoria, numerosissima: i pendolari italiani che hanno acquistato casa in Slovenia ma lavorano e, di fatto, per le frequentazioni sociali e la vita che conducono, vivono a Trieste. L’anno chiave è stato, a tale proposito, il 2008, con l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen. Poi, a partire dal periodo della pandemia di Covid-19 fino a oggi, la situazione si è complicata: l’inflazione ha colpito con particolare voracità Slovenia e Croazia, causando un generale aumento dei prezzi, specie sul versante immobiliare e alimentare. L’aumento dei salari in Slovenia, decisamente più elevato di quanto registrato in Italia, ha tuttavia prodotto un effetto a catena sul costo della vita. Oggigiorno i costi delle abitazioni in Slovenia sopravanzano quelli di Trieste e del Friuli Venezia Giulia; anche gli alimentari hanno raggiunto prezzi elevati, specie nei grandi centri urbani. Se un tempo erano gli italiani ad acquistare casa in Slovenia, oggi sono gli sloveni ad acquistare immobili a Trieste; e anche su questa presenza, che prescinde dalle comunità “storiche” (italiana in Slovenia, slovena a Trieste), si hanno poche informazioni.
Si tratta, pertanto, di un sottobosco molto vario e, a volte, difficile da indagare: persone e famiglie che vivono “sul confine”, anche se tecnicamente questo, con l’Unione europea, non dovrebbe più esistere. Alessandra Di Casti, 57 anni, abita a Bertocchi (zona Capodistria) da 12 anni. Si è trasferita in “questa bellissima area costiera” – così la definisce – insieme al marito, che aveva ricevuto la proposta di costruire delle case nella zona. Inizialmente diffidente e prevenuta rispetto alla scelta di trasferirsi – “ci portiamo dietro il passato”, dice Di Casti – in poco tempo la coppia ha deciso di acquistare la casa in cui prima viveva in affitto. Ciò che l’ha convinta a rimanere oltreconfine è stata soprattutto la qualità della vita, migliore rispetto a Trieste: “Qui in Slovenia sono molto orgogliosi di quello che hanno, lo curano e lo tengono molto pulito – racconta – il territorio è diverso rispetto a Trieste e la gestione degli spazi è molto più comoda. Per me non ha prezzo poter prendere la bici e andare fino in Croazia lungo una ciclabile, senza incontrare problemi”.
Bertocchi è una zona bilingue, quindi la minoranza è tutelata sotto diversi punti di vista. Alessandra spiega che “i documenti, gli uffici, le informazioni vengono presentati sia in sloveno sia in italiano. Per questo non ho mai avuto la necessità di imparare la lingua. Non conoscevo lo sloveno prima di trasferirmi e non lo conosco adesso. Ho provato anche a seguire corsi, ma è una lingua difficile, che non mi è affine”. Nonostante sia parte della minoranza italiana in Slovenia, Alessandra non frequenta attivamente il gruppo: “Attraverso i social ho alcune conoscenze, ci aiutiamo nella pratica per la burocrazia, ma non mi piace rinchiudermi nella comunità, la trovo ‘ghettizzante’. Sono contenta dell’accoglienza che mi hanno riservato: ho dei vicini fantastici e mi sono sempre sentita accettata. Solo una volta ho assistito a un episodio di intolleranza – mi è stato detto che in Slovenia si deve parlare in sloveno – ma, per il resto, nelle zone di frontiera non ho incontrato problemi”.
La gestione del lavoro, invece, è una nota stridente: Alessandra è autonoma e mantiene il suo lavoro in Italia – “scendo ogni giorno nella mia città”, dice – ma si trova in difficoltà con la burocrazia. I due Paesi seguono ritmi diversi e la burocrazia presenta complessità da entrambe le parti. “Chi abita all’estero ma lavora in Italia è bistrattato – spiega la consulente – nessuno dei due Paesi si è adattato alle esigenze dei lavoratori e molti aspetti non vengono considerati”. La signora, comunque, tra la comodità e la qualità della vita scoperta in Slovenia, non vede nel proprio futuro un ritorno in Italia (anche perché, per motivi di lavoro, frequenta Trieste ogni giorno e non ne sente la mancanza). Complice il fatto che il confine, fisico e mentale, è venuto meno. Tuttavia, intraprendere il percorso per la cittadinanza slovena non è nei suoi piani: “Assolutamente non ne ho intenzione – dice Alessandra – sono italiana e voglio rimanerlo”. Caso invece molto diverso quello di F. S., classe 1955, che vive ormai in Slovenia da oltre vent’anni e ha scelto, dopo avervi lavorato come libero professionista per molto tempo, di acquisire la cittadinanza.
“La mia famiglia ha abitato per due o tre generazioni a Opicina e, pertanto, fin da bambino, alla fine degli anni Cinquanta, ricordo di aver sentito e, in parte, parlato il dialetto sloveno”, spiega F. S. “Sono ormai ventuno anni che vivo in Slovenia; ho scelto, a un certo punto, di trasferirmi, continuando a lavorare per un periodo a Trieste. All’inizio, nel 2005, ero in affitto; poi ho acquistato casa”. Ma quali sono i vantaggi di vivere in Slovenia? “Gli sloveni sono soprannominati ‘gli austriaci del sud’, e con buone ragioni. La burocrazia e la sanità sono rapide, efficienti, ‘friendly’ e non c’è quella distanza tra amministrazione e cittadino presente in Italia. I documenti sono ridotti al minimo indispensabile e, sotto il profilo sanitario, mi sono operato due volte in Slovenia, riscontrando una qualità molto elevata. Nell’ambito del lavoro, per aprire la mia ditta individuale, mi ero recato presso la Camera di commercio slovena e, dopo un’ora, potevo già iniziare a fatturare: ero stupito che fosse stato tutto così veloce, senza troppe carte o costi…”.
Qual è il rapporto con i locali? E l’esperienza di altri expats? “Occorre distinguere tra italiani e italiani: c’è chi tenta di integrarsi, di imparare la lingua e chi, invece, utilizza la casa acquistata in Slovenia come una sorta di albergo; sono di fatto ogni giorno a Trieste. Io vivo in un paese di 68 abitanti e, appena arrivato, mi sono presentato ai vicini e ho cercato di integrarmi, partecipando alla vita della comunità. Gli sloveni abitano qui da secoli e sono disposti ad accoglierti, ma serve reciprocità, una partecipazione alle feste e alle tradizioni locali. Il primo giorno in cui giunsi nel paesino, ventuno anni fa, tentai di parlare in sloveno con la segretaria del Comune e questa, rispondendomi in perfetto italiano, mi disse che storicamente gli sloveni hanno sempre dovuto parlare la lingua degli altri, che fosse tedesco o italiano; pertanto, sforzarsi di parlare in sloveno è un gesto che apprezzano molto”. Vent’anni sono tanti: com’è mutato il Paese in tutti questi decenni? “La Slovenia è cambiata molto: le paghe adesso sono più alte che in Italia, ma è cresciuto anche il costo della vita e delle abitazioni. Sono gli sloveni, oggi, a comprare casa a Trieste e Muggia, e i supermercati a Opicina sono pieni di clienti sloveni e croati.
Vi sono ancora alcune eccezioni, dove la Slovenia rimane più conveniente: i costi dell’energia sono un po’ più bassi; usiamo quasi tutti l’elettricità e assai poco il gas; la presenza di una centrale nucleare e l’uso dell’idroelettrico garantiscono una certa stabilità energetica”. Quindi, tutti questi italiani che decidono di spostare la residenza in Slovenia, pur rimanendo legati in diverse forme all’Italia, non fanno parte della minoranza storica che si trova oltreconfine. Diventano però parte della Comunità nazionale italiana e sono coloro che, anche vivendo in territori diversi da quello di origine, scelgono di mantenere viva la cultura e i costumi del Paese. “Un fenomeno interessante e positivo – lo definisce Maurizio Tremul, presidente dell’Unione Italiana per Slovenia e Croazia e punto di riferimento della comunità –. Si tratta di persone attive, partecipi e molto ben integrate. Tra chi si è trasferito in Istria per motivi personali sono in aumento i pensionati, che dichiarano di vivere meglio per i costi ridotti”. “Ci sono persone che guardano questo fenomeno con curiosità e diffidenza – spiega Tremul – ma non ce n’è motivo. Sono italiani come noi e, se si trasferiscono in questi territori nazionalmente misti, hanno il diritto di mantenere il bilinguismo. Sono il primo a combattere battaglie per vedere riconosciuti diritti, come quello di usare la lingua italiana”.
Sulle questioni linguistiche, il presidente dell’Unione aggiunge: “Alla fine tutti devono parlare lo sloveno, perché nella vita quotidiana il bilinguismo è spesso solo formale. Per un italiano imparare lo sloveno è difficile, è una lingua ostica rispetto alle lingue latine, ma penso sia giusto studiarla, anche per rispetto e riconoscenza”. C’è chi lo fa per lavoro, chi per le tasse sensibilmente più basse, chi ancora per la ricerca di tranquillità e contatto con la natura. Sono davvero tante e diverse le ragioni per le quali gli italiani si trasferiscono a vivere in Slovenia e, ancor più, triestini e bisiacchi.
Fino a cinque, anche dieci anni fa, le motivazioni erano essenzialmente due, ben precise: poter acquistare una casa, o meglio una villetta con giardino, a un prezzo altrimenti impossibile a Trieste e poter gestire un’impresa o una ditta individuale senza il carico burocratico e fiscale esistente in Italia. Ricordiamo come la Slovenia sia tutt’oggi uno dei Paesi con i costi in assoluto minori per aprire una partita IVA o un’azienda.
Erano (e lo sono ancora, anche se in misura molto minore) gettonate le zone proprio al di là del confine, a partire da Sesana, Cosina, Lokev e Divaccia, proseguendo con Stanjel/San Daniele, Bertocchi, Skofje, Crevatini e Ancarano, senza dimenticare naturalmente Capodistria. La costa e l’entroterra, pertanto, ciascuna con le sue particolarità. In questo contesto occorre citare la terza categoria, numerosissima: i pendolari italiani che hanno acquistato casa in Slovenia ma lavorano e, di fatto, per le frequentazioni sociali e la vita che conducono, vivono a Trieste. L’anno chiave è stato, a tale proposito, il 2008, con l’ingresso della Slovenia nell’area Schengen. Poi, a partire dal periodo della pandemia di Covid-19 fino a oggi, la situazione si è complicata: l’inflazione ha colpito con particolare voracità Slovenia e Croazia, causando un generale aumento dei prezzi, specie sul versante immobiliare e alimentare. L’aumento dei salari in Slovenia, decisamente più elevato di quanto registrato in Italia, ha tuttavia prodotto un effetto a catena sul costo della vita.
Oggigiorno i costi delle abitazioni in Slovenia sopravanzano quelli di Trieste e del Friuli Venezia Giulia; anche gli alimentari hanno raggiunto prezzi elevati, specie nei grandi centri urbani. Se un tempo erano gli italiani ad acquistare casa in Slovenia, oggi sono gli sloveni ad acquistare immobili a Trieste; e anche su questa presenza, che prescinde dalle comunità “storiche” (italiana in Slovenia, slovena a Trieste), si hanno poche informazioni. Si tratta, pertanto, di un sottobosco molto vario e, a volte, difficile da indagare: persone e famiglie che vivono “sul confine”, anche se tecnicamente questo, con l’Unione europea, non dovrebbe più esistere. Alessandra Di Casti, 57 anni, abita a Bertocchi (zona Capodistria) da 12 anni. Si è trasferita in “questa bellissima area costiera” – così la definisce – insieme al marito, che aveva ricevuto la proposta di costruire delle case nella zona. Inizialmente diffidente e prevenuta rispetto alla scelta di trasferirsi – “ci portiamo dietro il passato”, dice Di Casti – in poco tempo la coppia ha deciso di acquistare la casa in cui prima viveva in affitto.
Ciò che l’ha convinta a rimanere oltreconfine è stata soprattutto la qualità della vita, migliore rispetto a Trieste: “Qui in Slovenia sono molto orgogliosi di quello che hanno, lo curano e lo tengono molto pulito – racconta – il territorio è diverso rispetto a Trieste e la gestione degli spazi è molto più comoda. Per me non ha prezzo poter prendere la bici e andare fino in Croazia lungo una ciclabile, senza incontrare problemi”. Bertocchi è una zona bilingue, quindi la minoranza è tutelata sotto diversi punti di vista. Alessandra spiega che “i documenti, gli uffici, le informazioni vengono presentati sia in sloveno sia in italiano. Per questo non ho mai avuto la necessità di imparare la lingua. Non conoscevo lo sloveno prima di trasferirmi e non lo conosco adesso. Ho provato anche a seguire corsi, ma è una lingua difficile, che non mi è affine”. Nonostante sia parte della minoranza italiana in Slovenia, Alessandra non frequenta attivamente il gruppo: “Attraverso i social ho alcune conoscenze, ci aiutiamo nella pratica per la burocrazia, ma non mi piace rinchiudermi nella comunità, la trovo ‘ghettizzante’. Sono contenta dell’accoglienza che mi hanno riservato: ho dei vicini fantastici e mi sono sempre sentita accettata. Solo una volta ho assistito a un episodio di intolleranza – mi è stato detto che in Slovenia si deve parlare in sloveno – ma, per il resto, nelle zone di frontiera non ho incontrato problemi”.
La gestione del lavoro, invece, è una nota stridente: Alessandra è autonoma e mantiene il suo lavoro in Italia – “scendo ogni giorno nella mia città”, dice – ma si trova in difficoltà con la burocrazia. I due Paesi seguono ritmi diversi e la burocrazia presenta complessità da entrambe le parti. “Chi abita all’estero ma lavora in Italia è bistrattato – spiega la consulente – nessuno dei due Paesi si è adattato alle esigenze dei lavoratori e molti aspetti non vengono considerati”. La signora, comunque, tra la comodità e la qualità della vita scoperta in Slovenia, non vede nel proprio futuro un ritorno in Italia (anche perché, per motivi di lavoro, frequenta Trieste ogni giorno e non ne sente la mancanza). Complice il fatto che il confine, fisico e mentale, è venuto meno. Tuttavia, intraprendere il percorso per la cittadinanza slovena non è nei suoi piani: “Assolutamente non ne ho intenzione – dice Alessandra – sono italiana e voglio rimanerlo”. Caso invece molto diverso quello di F. S., classe 1955, che vive ormai in Slovenia da oltre vent’anni e ha scelto, dopo avervi lavorato come libero professionista per molto tempo, di acquisire la cittadinanza.
“La mia famiglia ha abitato per due o tre generazioni a Opicina e, pertanto, fin da bambino, alla fine degli anni Cinquanta, ricordo di aver sentito e, in parte, parlato il dialetto sloveno”, spiega F. S. “Sono ormai ventuno anni che vivo in Slovenia; ho scelto, a un certo punto, di trasferirmi, continuando a lavorare per un periodo a Trieste. All’inizio, nel 2005, ero in affitto; poi ho acquistato casa”. Ma quali sono i vantaggi di vivere in Slovenia? “Gli sloveni sono soprannominati ‘gli austriaci del sud’, e con buone ragioni. La burocrazia e la sanità sono rapide, efficienti, ‘friendly’ e non c’è quella distanza tra amministrazione e cittadino presente in Italia. I documenti sono ridotti al minimo indispensabile e, sotto il profilo sanitario, mi sono operato due volte in Slovenia, riscontrando una qualità molto elevata. Nell’ambito del lavoro, per aprire la mia ditta individuale, mi ero recato presso la Camera di commercio slovena e, dopo un’ora, potevo già iniziare a fatturare: ero stupito che fosse stato tutto così veloce, senza troppe carte o costi…”.
Qual è il rapporto con i locali? E l’esperienza di altri expats? “Occorre distinguere tra italiani e italiani: c’è chi tenta di integrarsi, di imparare la lingua e chi, invece, utilizza la casa acquistata in Slovenia come una sorta di albergo; sono di fatto ogni giorno a Trieste. Io vivo in un paese di 68 abitanti e, appena arrivato, mi sono presentato ai vicini e ho cercato di integrarmi, partecipando alla vita della comunità. Gli sloveni abitano qui da secoli e sono disposti ad accoglierti, ma serve reciprocità, una partecipazione alle feste e alle tradizioni locali. Il primo giorno in cui giunsi nel paesino, ventuno anni fa, tentai di parlare in sloveno con la segretaria del Comune e questa, rispondendomi in perfetto italiano, mi disse che storicamente gli sloveni hanno sempre dovuto parlare la lingua degli altri, che fosse tedesco o italiano; pertanto, sforzarsi di parlare in sloveno è un gesto che apprezzano molto”. Vent’anni sono tanti: com’è mutato il Paese in tutti questi decenni? “La Slovenia è cambiata molto: le paghe adesso sono più alte che in Italia, ma è cresciuto anche il costo della vita e delle abitazioni. Sono gli sloveni, oggi, a comprare casa a Trieste e Muggia, e i supermercati a Opicina sono pieni di clienti sloveni e croati.
Vi sono ancora alcune eccezioni, dove la Slovenia rimane più conveniente: i costi dell’energia sono un po’ più bassi; usiamo quasi tutti l’elettricità e assai poco il gas; la presenza di una centrale nucleare e l’uso dell’idroelettrico garantiscono una certa stabilità energetica”. Quindi, tutti questi italiani che decidono di spostare la residenza in Slovenia, pur rimanendo legati in diverse forme all’Italia, non fanno parte della minoranza storica che si trova oltreconfine. Diventano però parte della Comunità nazionale italiana e sono coloro che, anche vivendo in territori diversi da quello di origine, scelgono di mantenere viva la cultura e i costumi del Paese. “Un fenomeno interessante e positivo – lo definisce Maurizio Tremul, presidente dell’Unione Italiana per Slovenia e Croazia e punto di riferimento della comunità –. Si tratta di persone attive, partecipi e molto ben integrate. Tra chi si è trasferito in Istria per motivi personali sono in aumento i pensionati, che dichiarano di vivere meglio per i costi ridotti”. “Ci sono persone che guardano questo fenomeno con curiosità e diffidenza – spiega Tremul – ma non ce n’è motivo. Sono italiani come noi e, se si trasferiscono in questi territori nazionalmente misti, hanno il diritto di mantenere il bilinguismo. Sono il primo a combattere battaglie per vedere riconosciuti diritti, come quello di usare la lingua italiana”. Sulle questioni linguistiche, il presidente dell’Unione aggiunge: “Alla fine tutti devono parlare lo sloveno, perché nella vita quotidiana il bilinguismo è spesso solo formale. Per un italiano imparare lo sloveno è difficile, è una lingua ostica rispetto alle lingue latine, ma penso sia giusto studiarla, anche per rispetto e riconoscenza”.
Approfondimento a cura di Aurora Cauter e Zeno Saracino
[a.c.] [z.s.]



