Sicilia

Istat, la pressione fiscale al top da 11 anni e rallenta il reddito

Continua ad aumentare la pressione fiscale, ai massimi da oltre dieci anni. Nel 2025 raggiunge il 43,1% e, nell’ultimo trimestre dell’anno, schizza al 51,4%, secondo i dati grezzi dell’Istat. Non era a questi livelli dal 2014. Per ogni cento euro di Pil, l’erario ne incassa quasi 52.

Le ultime statistiche mostrano anche un rallentamento del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie, che nell’intero anno aumentano rispettivamente del 2,4% e dello 0,9%, meno che nell’anno precedente, e che nell’ultimo trimestre finiscono in territorio negativo.

L’opposizione incalza. «Un Paese dove sale la pressione fiscale e diminuisce il reddito delle famiglie è un Paese in difficoltà», osserva il deputato di Avs Nicola Fratoianni. “Numeri che parlano da soli e che certificano il fallimento delle politiche economiche del Governo», secondo la senatrice M5s Mariolina Castellone.
Fonti dell’esecutivo motivano invece l’aumento della pressione fiscale con la crescita dell’occupazione e quindi delle persone che pagano le tasse. E sottolineano che la riforma fiscale punta a ridurre la tassazione.

L’economista Carlo Cottarelli spiega che dietro all’aumento, definito «a sorpresa», della pressione fiscale ci sono diverse componenti. Una prima è legata al fiscal drag, il drenaggio fiscale che si verifica quando, a fronte dell’aumento dei redditi lordi, non vengono adeguati detrazioni e scaglioni dell’Irpef. Un fenomeno «diventato più rilevante con i rinnovi dei contratti di lavoro», spiega l’economista.

A questa si aggiunge «una componente dovuta alla tassazione dei prodotti finanziari e all’andamento della Borsa, che è andato molto bene anche nel 2024». Inoltre, prosegue, c’è «una componente non prevista in misura così significativa, probabilmente legata all’onda lunga della riduzione dell’evasione fiscale», favorita dalla fatturazione elettronica e dalla diffusione dei pagamenti elettronici dopo la pandemia di Covid-19. «Nel 2024 c’è stato il sorpasso dei pagamenti con carte su quelli in contante».

Secondo Cottarelli, già commissario straordinario per la spending review nel 2013, «una pressione fiscale di questo livello non va bene». Per ridurla, conclude, «è necessario intervenire sul lato della spesa pubblica, che ha raggiunto un livello molto elevato», pari al 51,2% del Pil, negli ultimi dati grezzi dell’Istat.

Un peggioramento delle condizioni economiche emerge anche dal Misery Index Confcommercio, un indicatore del disagio sociale. A marzo il Misery Index sale a 9,6, sette decimi di punto in più rispetto a febbraio, per effetto dell’aumento del tasso di inflazione per i beni e servizi ad alta frequenza d’acquisto (+3,1% dall’1,9% di febbraio).

Secondo l’ufficio studi di Confcommercio «il prolungarsi del conflitto in Iran, con le possibili difficoltà di approvvigionamento e l’aumento del prezzo degli energetici, rischia di avviare una fase più lunga di ripresa dell’inflazione». Le possibili turbolenze sul versante dei prezzi, in un mercato del lavoro che si dimostra da mesi «non particolarmente dinamico», andrebbero a ridurre «le già contenute prospettive di crescita».


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