Iraq sotto il fuoco dei pasdaran. E dall’estero i volontari curdi si uniscono ai Peshmerga
Erbil (Kurdistan iracheno) Alle 9.30 del mattino l’intercettore scatta come una saetta dalla base americana di Erbil, la “capitale” della regione autonoma curda nel Nord dell’Iraq. Si vede bene la punta luminosa del missile, che disegna una scia bianca nel cielo. Pochi secondi e fa saltare in aria un drone kamikaze, che si volatilizza, davanti a noi, in una nuvola di fumo sopra Ankawa, il quartiere cristiano. Il velivolo esplosivo lanciato dall’Iran o dai suoi giannizzeri iracheni è arrivato a 800 metri in linea d’aria dalla base all’aeroporto, dove un’ottantina di soldati italiani sono ancora chiusi nei bunker. Gli attacchi sul Kurdistan iracheno si stanno intensificando nelle ultime 48 ore dopo l’eliminazione dei vertici del regime iraniano. Gli obiettivi principali sono gli americani a Erbil, compreso il grande consolato, colpito ieri da due droni, e le basi dei gruppi armati curdi iraniani disseminati sulle montagne. Peshmerga che sognano di passare il confine e liberare le loro città, ma i Guardiani della rivoluzione hanno imposto “lo stato di guerra” sui 580 chilometri di frontiera e ordinato di “sparare, a vista, per uccidere”.
Per arrivare alla base del partito armato Komala, non lontano dall’Iran, percorriamo una strada tortuosa accompagnati dalla cantilena del muezzin da una vicina moschea. Il campo è stato ricavato in una specie di area con prefabbricati che l’Onu aveva destinato agli sfollati interni, chissà di quale guerra. Le pareti in muratura dove viveva il comandante Rebwar sono ridotte a un groviera dalle schegge di un drone kamikaze o forse un missile, come sostengono i curdi iraniani. A dare man forte dall’Europa stanno arrivando volontari nelle fila del partito, una volta marxista leninista e adesso socialdemocratico, ma sempre con la stella e il rosso come simbolo. “Vivo nel Regno Unito da 25 anni, a Londra – spiega Wria con pistola nuova di zecca alla cintola – Combattiamo da sempre per la nostra libertà. Per questo siamo venuti a dare man forte dai paesi europei, ma anche da Canada e America”. Pantaloni a sbuffo e giacca Peshmerga intonsa, davanti ai giovani in mimetica armati di kalashnikov ha l’aria del capo. Sorosh, con super baffoni, è arrivato da poco dalla Germania e giura di essere pronto a fare la sua parte per “liberare il mio paese dalla dittatura”. Fra i volontari “europei” spicca una donna di mezza età, Prshing, con kalashnikov e caricatori, che viene dalla Finlandia e ha un ruolo di peso nel partito.
I Pasdaran martellano gli oppositori iraniani temendo che con l’appoggio aereo americano e israeliano possano varcare il confine sollevando la popolazione curda. “L’80% sta con noi e non vede l’ora di ribellarsi, ma dopo le manifestazioni di gennaio e la sanguinosa repressione hanno paura di venire massacrati” spiega il capo di una famiglia particolare. Papà, mamma e due figli sono appena fuggiti dall’Iran curdo per unirsi, armi in pugno, al Komala. Si fanno immortalare con i fucili a tracolla e le dita a V in segno di vittoria. Il capofamiglia, un omaccione con il sorriso da gigante buono, mostra il tatuaggio sotto le labbra: “Kurdistan”.
Non sempre va a finire bene. Goran Mehdi del partito Khabat, che significa “lotta”, è sopravvissuto all’attacco di due droni kamikaze con un braccio gonfio e ferite da ustioni. “Non abbiamo sentito alcun rumore e si è scatenato l’inferno – racconta – Non dimenticherò mai il fratello Peshmerga che agitava le braccia mentre stava morendo bruciato”. Un altro sopravvissuto, Hamid Hakinkurd, con mani e piedi fasciati, racconta che “il drone ha sfondato il tetto della base.
Il calore era insopportabile e mi sono salvato buttandomi fuori dalla finestra”. Ieri sono andati a seppellire i due Peshmerga carbonizzati dal drone: “È terribile, ma non abbiamo paura e continueremo a combattere fino alla libertà”.
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