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Iran, svolta militarizzata al vertice: Qalibaf pronto a prendere il posto di Larijani

La possibile ascesa di Mohammad Bagher Qalibaf ai vertici decisionali iraniani segnerebbe una trasformazione profonda dell’equilibrio interno della Repubblica islamica. Dopo la notizia — confermata finora solo da fonti israeliane — dell’uccisione di Ali Larijani, figura centrale nella gestione politica e strategica del Paese, diversi analisti internazionali parlano di una svolta verso un sistema più militarizzato.

Secondo Ali Vaez dell’International Crisis Group, la scomparsa di Larijani priverebbe Teheran di uno degli ultimi dirigenti capaci di bilanciare sicurezza e politica, aprendo la strada a Qalibaf, ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione e figura associata alla linea più dura del regime.

Dalla gestione politica di Larijani a un sistema sempre più dominato dai militari

Per oltre un decennio, Larijani ha rappresentato il volto pragmatico dell’establishment iraniano. Ex presidente del Parlamento e poi segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, era considerato uno degli uomini chiave nella gestione delle crisi, con un ruolo di mediazione tra apparato religioso, istituzioni e forze armate.

La sua possibile eliminazione, se confermata, segnerebbe secondo molti osservatori la fine di una fase in cui l’Iran cercava di mantenere un equilibrio tra leadership politica e apparato militare. Negli ultimi anni il crescente peso dei Pasdaran nelle decisioni strategiche, soprattutto dopo l’indebolimento della leadership religiosa tradizionale. In questo quadro, l’uscita di scena di Larijani rischierebbe di accelerare ulteriormente il processo.

Chi è Mohammad Bagher Qalibaf, il profilo del possibile nuovo uomo forte

Mohammad Bagher Qalibaf, nato nel 1961 nella provincia di Khorasan, è una delle figure più influenti dell’Iran contemporaneo e appartiene alla generazione di dirigenti cresciuti durante la guerra Iran-Iraq. Entrato giovanissimo nei Guardiani della Rivoluzione durante il conflitto degli anni ’80, ha fatto carriera nell’apparato militare fino a diventare comandante della forza aerea dei Pasdaran negli anni Novanta.

Nel 2000 è stato nominato capo della polizia nazionale iraniana, incarico che gli ha dato grande visibilità interna, soprattutto per la gestione delle proteste studentesche e per l’introduzione di riforme organizzative nelle forze di sicurezza. Dal 2005 al 2017 è stato sindaco di Teheran, uno dei ruoli amministrativi più importanti del Paese, consolidando una reputazione di manager pragmatico ma politicamente vicino ai conservatori.

È stato candidato alla presidenza della Repubblica nel 2005, 2013 e 2017, senza mai riuscire a vincere ma mantenendo un forte peso politico nel campo conservatore. Dal 2020 è presidente del Parlamento iraniano, posizione che lo colloca tra le figure centrali dell’attuale sistema di potere.

Secondo gli analisti, Qalibaf rappresenta la nuova élite politica proveniente dall’apparato di sicurezza: dirigenti con formazione militare, forte legame con i Pasdaran e minore inclinazione al compromesso con l’Occidente rispetto alla generazione precedente. L’ipotesi che possa assumere un ruolo centrale nella sicurezza nazionale, rafforzerebbe ulteriormente questa tendenza.

Attacchi mirati e rischio di radicalizzazione del regime

Se fosse confermata la morte di Larijani dopo quella della Guida Suprema, si tratterebbe del colpo più duro inflitto alla struttura decisionale iraniana negli ultimi anni, perché colpirebbe non solo la catena di comando ma anche la capacità del regime di elaborare una strategia politica coerente.

Diversi analisti citati da think tank e media internazionali ritengono che Israele punti a indebolire progressivamente la leadership iraniana, ma questa strategia potrebbe produrre l’effetto opposto, rafforzando le componenti più radicali e militarizzate del sistema.

Qalibaf stesso, il 12 marzo scorso, aveva così tuonato in un post su X: “O la patria o la morte!”, aggiungendo che qualsiasi aggressione contro il territorio delle isole iraniane avrebbe fatto saltare ogni freno. “Metteremo da parte ogni forma di autocontrollo e faremo scorrere il sangue degli occupanti nel Golfo Persico. La responsabilità del sangue dei soldati americani ricadrà personalmente su Trump”.

In questo scenario, a sua eventuale ascesa non rappresenterebbe solo un cambio di nomi, ma il segnale di una fase nuova per la Repubblica islamica: meno spazio alla mediazione politica e maggiore centralità dell’apparato militare.


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