Iran, ragioni di una guerra. Petrodollari, armi, energia, e uranio arricchito
02.03.2026 – 08.21 – Le relazioni tra Stati Uniti e Iran rappresentano uno dei nodi geopolitici più complessi degli ultimi quarant’anni, e più. Al di là della retorica ufficiale incentrata sulla sicurezza nazionale, sulla non proliferazione nucleare e sulla difesa dei diritti umani, esiste un substrato di interessi economici e strategici che merita un pensiero meno superficiale, più bilanciato. È importante premettere che le violazioni dei diritti umani in Iran ci sono state e ci sono, e molto gravi – meno il rischio nucleare immediato; le motivazioni dietro le decisioni di politica estera, però, sono raramente univoche. Sicurezza nazionale, ideologia, alleanze storiche e interessi economici si intrecciano, in medio Oriente, in modi complessi. Vediamoli.
Partiamo dal petrolio e dalla posizione strategica dell’Iran. L’Iran è il quarto paese, nel mondo, per quanto riguarda le riserve petrolifere, e il secondo per le riserve di gas naturale: rappresenta una potenza energetica di primaria importanza. Secondo i dati più recenti della International Energy Agency (IEA) e di Reuters, l’Iran estrae attualmente circa 3,3 milioni di barili di greggio al giorno, più 1,3 milioni di barili di condensato e altri idrocarburi liquidi, che rappresentano tra il 3 e il 4,5 per cento della produzione globale. Sul fronte del gas naturale, il paese rappresenta il 7 per cento della produzione mondiale: un asset strategico di enorme valore. Il controllo, diretto o indiretto, sull’accesso a queste risorse, da sempre, influenza le dinamiche di potere nella regione. La posizione geografica dell’Iran conferisce inoltre al paese un’importanza strategica che trascende le sue stesse riserve energetiche, e non da ieri: lo Stretto di Hormuz, situato tra l’Oman e l’Iran, rappresenta il punto di passaggio obbligato per circa il 20 per cento del consumo petrolifero mondiale. Secondo le stime della BBC, di Reuters e di AP News, circa 20 milioni di barili di greggio, condensato e carburanti transitano quotidianamente attraverso questo passaggio di appena trentatré chilometri nel suo punto più stretto, per un valore annuo equivalente di quasi seicento miliardi di dollari. I membri dell’OPEC che si affacciano sul Golfo Persico – Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq – esportano la maggior parte del loro greggio attraverso Hormuz, principalmente verso i mercati asiatici. L’Arabia Saudita, da sola, fra transitare circa 6 milioni di barili al giorno; anche il Qatar invia quasi tutto il suo gas naturale liquefatto attraverso questa via. Le alternative sono estremamente limitate: gli oleodotti e gasdotti esistenti potrebbero garantire una capacità alternativa, cosiddetta di “bypass”, di circa 2,6 milioni di barili al giorno, ed è una frazione del traffico totale. Gli analisti stimano che una chiusura dello Stretto potrebbe temporaneamente portare il prezzo del petrolio a 120-130 dollari al barile, con l’Asia particolarmente vulnerabile dato che l’84 per cento del petrolio che transita per Hormuz è diretto verso di essa. La sola Cina riceve il 47 per cento del suo petrolio via mare dal Golfo Persico; guardate da quest’angolo, le azioni belliche degli ultimi giorni possono essere più facili da comprendere: i sostenitori dell’approccio più aggressivo verso l’Iran rispetto alle politiche di appeasement del passato recente sottolineano che la capacità iraniana di minacciare il commercio petrolifero mondiale rappresenta un rischio per la sicurezza energetica globale che giustifica misure preventive. Le voci più critiche, tuttavia, fanno notare che proprio le tensioni con l’Iran aumentano il rischio di interruzioni del traffico, cosa che sta accadendo, e che il conflitto apertosi potrebbe avere, in breve tempo, conseguenze catastrofiche sui mercati energetici. E sui bilanci, già in sofferenza, degli stati europei e delle famiglie: in una parola, i nostri portafogli, che già da un po’ sono tutt’altro che pieni.
E il sistema del petrodollaro di fronte alla sfida iraniana? Dalla metà degli anni Settanta, il commercio petrolifero mondiale si è strutturato attorno al dollaro statunitense come valuta di riferimento; questo sistema, nato principalmente dagli accordi tra Stati Uniti e Arabia Saudita, in particolare da Richard Nixon in poi ha garantito una domanda costante di dollari a livello globale, sostenendo il valore della valuta americana e conferendo agli Stati Uniti un vantaggio strutturale nell’economia mondiale. L’Iran, dopo la caduta del governo dello scià Reza Pahlavi che dagli Stati Uniti era fortemente sostenuto, ha attivamente cercato di ridurre la propria dipendenza dal dollaro americano per le vendite di petrolio: già nel 2007, l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, morto durante i bombardamenti di ieri, tentò di convincere i membri dell’OPEC ad abbandonare il dollaro stesso, definendolo “un pezzo di carta senza valore”. Secondo Reuters, nel 2016, dopo l’allentamento delle sanzioni, l’Iran richiese esplicitamente pagamenti in euro sia per i nuovi contratti petroliferi che per i debiti pregressi dei partner commerciali: erano i tempi dell’avvicinamento dell’Iran all’Unione Europea (e all’Italia), cosa che, comprensibilmente, destava preoccupazioni a Washington. Nel 2008, l’Iran ha istituito la Iranian Oil Bourse sull’isola di Kish, progettata per commerciare petrolio e petrolchimici in valute diverse dal dollaro—principalmente euro e rial iraniano, dopo la dichiarazione di aver convertito tutti i pagamenti per le esportazioni petrolifere in valute non-dollaro. C’è anche il precedente di Iraq e Libia: alcuni analisti, tra cui Peter Dale Scott della Cambridge University, hanno ipotizzato che le sfide alla supremazia del dollaro abbiano giocato un ruolo nelle decisioni di intervento militare in entrambi i paesi. L’Iraq di Saddam Hussein aveva convertito i pagamenti del programma Oil-for-Food da dollari a euro nel biennio 2000-2001; Muammar Gheddafi aveva elaborato piani per una valuta panafricana basata su un dinaro libico garantito dall’oro, con l’obiettivo di liberare le nazioni africane dalla dipendenza dal dollaro, dal franco francese e dal sistema del Fondo Monetario Internazionale.
Tuttavia, bisogna fare attenzione. I documenti storici e i materiali declassificati indicano, se parliamo di Stati Uniti e dei presidenti succedutisi, per quanto riguarda la posizione contro l’Iran motivazioni multiple: un misto di preoccupazioni di sicurezza, politica regionale e interessi commerciali miliardari piuttosto che un singolo fattore legato al petrodollaro. Pensare che il presidente degli Stati Uniti in carica (si chiami Bush, Obama, Biden o Trump) rimuova automaticamente i leader mediorientali non graditi e in particolare quelli che vogliono sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro è una semplificazione fuori luogo, che si presta più al complottismo che all’analisi seria. Ci può essere, in particolare se guardiamo a qualcuno fra loro, un fondo di verità, ma il resto è speculazione. Gli economisti stessi sono divisi sull’effettiva importanza del sistema del petrodollaro per la supremazia economica americana: alcuni sostengono che si tratti di un pilastro fondamentale dell’egemonia finanziaria statunitense, altri ritengono che il suo impatto sia sopravvalutato e che il dominio del dollaro derivi da fattori più complessi, come la solidità dei mercati finanziari americani e la stabilità istituzionale degli Stati Uniti. È vero, però, che il Medio Oriente rappresenta il mercato più lucrativo al mondo per l’industria della difesa statunitense: i dati più recenti confermano l’entità di questo commercio, nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno approvato vendite di armi per circa 15,7 miliardi di dollari combinate tra Arabia Saudita e Israele con, ad esempio, 730 missili antiaerei Patriot venduti da Lockheed Martin, per un valore di 9 miliardi di dollari. Per quanto riguarda Israele, c’è un pacchetto di 6,67 miliardi di dollari che include 30 elicotteri d’attacco Apache AH-64E (3,8 miliardi), 3.250 veicoli tattici leggeri (1,98 miliardi), aggiornamenti per veicoli corazzati Namer (740 milioni) ed elicotteri multiruolo AW119Kx (150 milioni). E’ un circolo vizioso: le tensioni regionali giustificano maggiori vendite di armi, che a loro volta possono alimentare ulteriori tensioni, e così via, fino alla catarsi ovvero al conflitto appena scoppiato. Le vendite erano state annunciate “nel contesto di accresciute tensioni regionali e potenziali azioni militari statunitensi contro l’Iran”, secondo AP News che sembra proprio aver visto giusto, con l’accusa dei Democratici fatta a Trump di aver aggirato le procedure di revisione congressuale e una risposta del Dipartimento di Stato che aveva citato le vendite come miglioramento della capacità di difesa aerea saudita e della stabilità regionale nel Golfo, e naturalmente contenimento delle ambizioni iraniane. Il presidente Eisenhower aveva messo in guardia, nel 1961, il suo paese nei confronti dell’influenza del “complesso militare-industriale” sulla politica estera americana, e questo concetto rimane rilevante: aziende come Lockheed Martin, Boeing e Raytheon hanno interessi economici significativi nel mantenimento di un mercato della difesa, oppure offesa, molto attivo.
La rivalità regionale fra Arabia Saudita, Israele e Iran è fatta di un’intreccio di rami spinosi, molto complesso e fatto principalmente di due visioni contrapposte. La “Vision 2030” dell’Arabia Saudita, guidata dal principe ereditario Mohammed bin Salman, punta a una rapida modernizzazione, alla normalizzazione delle relazioni con Israele e a un’alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti; la “Vision 1979” dell’Iran, sotto la guida del Leader Supremo Ali Khamenei, era dedicata a preservare l’ideologia teocratica della Rivoluzione Islamica e a resistere all’influenza occidentale. Arabia Saudita e Israele, ovvero i due principali alleati degli Stati Uniti nella regione, considerano l’Iran come la loro principale minaccia strategica: l’Iran ha mantenuto negli anni una significativa influenza oltre i propri confini attraverso “proxy” e milizie che esercitano un ruolo dominante in Iraq, Libano, Siria, Yemen e Gaza. L’Iran sostiene Hamas ed è dietro all’attacco del 2023 a Israele. L’allineamento tra Arabia Saudita e Israele, fino a ieri impensabile e oggi attualità, può ridisegnare l’egemonia regionale, generando benefici significativi per gli Stati Uniti: ancora una volta vendite di armi multimiliardarie, cooperazione in materia di Intelligence (in entrambi i contesti c’è anche l’Italia), accesso a basi militari strategiche e sostegno nel mercato energetico. Un indebolimento dell’Iran rafforza la posizione di questi nuovi alleati, con potenziali benefici per gli interessi economici americani nella regione. Con il rischio, però, e non lieve, che la guerra con l’Iran destabilizzi l’intera regione, danneggiando anche gli interessi degli alleati americani e dell’economia globale. La guerra, del resto, ha ora sostituito le sanzioni, fino a ieri strumento principale della politica americana: nel 2025 l’amministrazione Trump ha significativamente intensificato le sanzioni come parte di una campagna di “massima pressione”, prendendo di mira le reti di evasione iraniane basate all’estero, in particolare le entità cinesi: parliamo di circa il 57 per cento delle superpetroliere coinvolte nel commercio di greggio iraniano verso la Cina. Sanzioni, però, e questo è accaduto più di recente anche nella guerra russo-ucraina, che non sono riuscite a imporre un cambiamento politico, concretizzandosi invece nello sviluppo di una ‘economia di resistenza’ che evade le sanzioni e rafforza i falchi. Alcuni analisti hanno proposto incentivi economici nei confronti dell’Iran per la cooperazione con gli Stati Uniti piuttosto che le sanzioni; prospettiva rimasta tuttavia minoritaria nell’attuale dibattito politico e lo si è visto.
La questione nucleare rappresenta il principale motivo ufficiale della guerra. Secondo i rapporti dell’IAEA di febbraio 2025, l’Iran ha drammaticamente accelerato la produzione di uranio arricchito al 60 per cento: per l’uso militare serve un livello prossimo al 90 per cento. L’Iran possiede ora, si dice, quasi trecento chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento, novanta chili in più rispetto a novembre 2024 con un tasso di produzione passato da 6-9 a 35-40 chilogrammi al mese: abbastanza materiale per quasi una bomba al mese, se ulteriormente raffinato, con uno stock totale teoricamente sufficiente per sei bombe nucleari se portato a livello militare. Non esiste, in effetti, una giustificazione civile per l’arricchimento al 60 per cento, sebbene l’Iran mantenga la posizione ufficiale di perseguire solo energia nucleare pacifica, per la quale serve però un combustibile diverso, basta sia arricchito al 20 per cento o meno. I sostenitori della linea dura sostengono che un Iran con il nucleare rappresenta una minaccia esistenziale per Israele e destabilizza l’intero ordine regionale: i critici osservano che l’accelerazione del programma nucleare iraniano è avvenuta proprio in risposta al ritiro americano dall’accordo JCPOA nel 2018 e all’intensificazione delle sanzioni, suggerendo che la pressione è stata controproducente. La guerra, in ogni caso, è scoppiata, e la definizione “guerra precauzionale” traballa, in quanto l’Iran non stava per attaccare e non c’erano minacce imminenti. E se questa guerra è “preventiva” anziché “precauzionale”, e contro un nemico che avrebbe potuto diventare sì pericoloso, ma in mesi o anni (non basta l’uranio, ci vogliono anche i vettori), la Carta ONU proibisce l’uso della forza tra stati, con due sole eccezioni: l’autodifesa in risposta a un attacco armato, o l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. La “dottrina Bush” del 2002 tentò di legittimare la guerra preventiva, sostenendo che nell’era del terrorismo aspettare una minaccia imminente sarebbe troppo rischioso: potrebbe valere di fronte all’attacco di Hamas contro Israele per il quale il coinvolgimento dell’Iran è fuori dubbio, ma è una posizione che è molto contestata a livello giuridico internazionale e molto pericolosa. E l’invasione dell’Iraq del 2003, giustificata dalle ormai famigerate “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, rimane il convitato di pietra, nonostante le preoccupazioni di sicurezza legate al programma nucleare iraniano siano reali e condivise da molti osservatori internazionali.
L’Iran, nonostante la debolezza complessiva, mantiene una notevole capacità di fuoco e potrebbe ora “regionalizzare” la guerra prendendo di mira le raffinerie petrolifere del Golfo Persico e continuando a bersagliare le infrastrutture, innescando un conflitto prolungato, senza una risoluzione rapida. Le sue riserve energetiche, la sua posizione geografica sullo Stretto di Hormuz, il suo ruolo nel sistema energetico globale fa gola, così come fanno gola i miliardi di dollari in vendite di armi, centinaia di miliardi nel commercio energetico, il sostegno strutturale al sistema del dollaro. Ciò che emerge è la necessità di un approccio lucido, che eviti sia l’ingenuità di accettare acriticamente le giustificazioni ufficiali, sia il cinismo di ridurre tutto a interessi economici: la realtà è probabilmente una combinazione di entrambi, ancora una volta con la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi, con decisori che perseguono quello che ritengono genuinamente essere l’interesse nazionale e sono influenzati, consapevolmente o meno, da strutture economiche e pressioni di gruppi di interesse. Che gli attacchi inneschino in Iran una nuova rivoluzione con un cambio di governo e magari un nuovo presidente più vicino alla democrazia e agli USA, pare poco realistico; l’attacco di Donald Trump all’Iran riporta invece in primo piano un nuovo modo di fare la guerra, con un attacco annunciato da uno schieramento di forze palese, eppure che si dava per estremamente improbabile, in quanto scommessa troppo grande. Nell’ultimo decennio, non è la prima volta. Siamo, ancora una volta, di fronte al rischio di un pantano. Con quello ucraino non ancora solidificatosi.
[r.s.]




