Iran, morte di Khamenei: perché esultare è un errore
di Luciano Sesta*
Quando un regime illiberale viene meno, e quando finalmente censura, esecuzioni sommarie e negazione di diritti civili sono alle spalle, c’è da festeggiare. Nessuno lo nega. Ma è quello che è successo con l’uccisione di Khamenei? La risposta, purtroppo, è no.
Nel mondo ci sono una miriade di situazioni geopolitiche complesse, e l’Iran non fa eccezione. Solo un’imperdonabile semplificazione cinematografica può indurre a ritenere che esistano, nel mondo, luoghi in cui un’élite criminale tiene in ostaggio 93 milioni di persone, tutte indistintamente ostili a un regime che ne soffocherebbe, altrettanto uniformemente, diritti e libertà.
Se ciò che vogliamo è l’autodeterminazione di un popolo che non è ideologicamente omogeneo, non possiamo promuoverla ammazzando fisicamente il leader in cui una parte di quel popolo si riconosce, per quanto illiberale ne sia il governo. Non sarebbe autodeterminazione di un popolo, ma eterodeterminazione di una sua parte contro l’altra, come dimostra la guerra civile permanente di tutte le aree del pianeta in cui sono stati operati artificiosi “regime change” (Libia, Afghanistan, Iraq ecc.)
Il problema di base, prima ancora che giuridico-politico, è etico, e consiste nel fanatismo giustizialista dell’attuale asse israelo-americano, non diverso, nella sostanza, da quello teocratico rimproverato agli ayatollah iraniani. Trump e Netanyahu sono convinti, infatti, che il fine giustifichi i mezzi, e che se si possono creare le condizioni che ai loro occhi sarebbero di un mondo migliore, ciò debba essere fatto a prescindere dai mezzi usati e dalle conseguenze di medio-lungo termine, anche disastrose, che ne possono derivare. Fiat iustitia, pereat mundus.
Chi oggi esulta per la morte di Khamenei non sa quel che fa. Perché non si accorge di sposare un principio morale che non accetterebbe in nessun altro ambito. Nessuno, infatti, accetterebbe che un soggetto che può imporre ciò che crede giusto debba sempre farlo, senza alcun limite morale che possa ostacolarne il piano e senza alcuna cura per le conseguenze disastrose che l’esecuzione di tale piano potrà realisticamente provocare su un numero incalcolabile di vite umane.
Si dirà che anche non far nulla e stare a guardare avrà conseguenze sui diritti di tante persone oppresse da regimi liberticidi. Ma questo è falso. Non mi si può infatti attribuire alcuna responsabilità di un male commesso da altri (opprimere le persone) che io potrei evitare compiendo un male a mia volta (uccisione mirata di un nemico politico senza regolare processo, invasione di uno Stato sovrano, caos sociale, morti innocenti, instabilità, guerra civile ecc). L’Occidente, come qualunque altro soggetto morale e giuridico, è moralmente responsabile del male che compie, non del male che altri compiono in conseguenza del suo doveroso rifiuto di compierlo.
Di fronte a situazioni complicate, ciò che è bene fare non è mai altrettanto chiaro di ciò che sarebbe certamente male. Possiamo dire che la nostra democrazia sia un bene e la teocrazia iraniana un male. Ma questo può solo indurci a creare le condizioni politiche e diplomatiche affinché il popolo iraniano possa autodeterminarsi, e dunque riesca a sostituire i propri governanti. Non ci autorizza, invece, a eliminarli fisicamente come in una qualsiasi faida fra gangster nel vecchio Texas.
Il dovere di fare il bene è sempre meno urgente e stringente del dovere di astenersi dal male. Il fine di promuovere i diritti umani di una parte della popolazione iraniana non giustifica i mezzi letali utilizzati (pur di colpire Khamenei sono morti numerosi civili, fra cui quasi un centinaio di bambine) né le conseguenze disastrose che sulla stabilità del paese tali mezzi violenti provocano sul medio e lungo periodo (si vedano ancora gli esempi di regime change in Libia, Iraq, Afghanistan, Venezuela ecc).
Lo sappiamo tutti. Un fine, per quanto idealmente buono, non giustifica mai l’uso di mezzi cattivi che di fatto ne compromettono il concreto raggiungimento. Lo capisce chiunque: non è mai lecito, né per i singoli cittadini né per gli Stati, assassinare persone, anche innocenti, affinché altre, che non rappresentano nemmeno tutto il popolo, possano godere di libertà e diritti di cui non godono oggi. Significherebbe sposare una morale arcaica, quella che non solo legittima, ma addirittura richiede il sacrificio di alcuni per il bene di altri. Tutto ciò non significa che non via sia un diritto di battersi affinché sia fatta giustizia. Significa solo che non c’è alcun dovere di commettere ingiustizie in nome della giustizia. Perché se non c’è un modo giusto di commettere ingiustizie, esistono certamente modi ingiusti di promuovere la giustizia.
Aveva ragione, Goethe, a mettere in guardia dal fanatismo morale di chi vorrebbe migliorare il mondo. Agisci rettamente nel tuo ambito, scriveva, e il resto si aggiusterà da sé, se non lo roviniamo prima noi cercando di migliorarlo a ogni costo. Il mondo, in effetti, sarebbe un posto peggiore di quello che è adesso se chiunque si ritenesse autorizzato a fare qualsiasi cosa pur di migliorarlo. Trump, Putin e Netanyahu, con le loro operazioni di “polizia morale” internazionale, ce ne stanno dando una sconfortante e tragica conferma.
* Docente di Filosofia Morale, Università di Palermo
Source link



