Friuli Venezia Giulia

Investimenti militari USA: implicazioni storiche e politiche

I documenti di bilancio militare statunitensi degli ultimi decenni mostrano con chiarezza una tendenza costante: l’espansione o il consolidamento di infrastrutture militari all’estero viene giustificata con la lotta al narcotraffico, al terrorismo o alla “difesa della democrazia”. Basta un’occhiata anche solo di sfuggita sui fatti, però, per evincere che la capacità di proiezione di potenza di Washington sia limitante la sovranità dei paesi ospitanti. In America Latina questa dinamica ha una storia lunga e dolorosa, dalle basi e scuole militari utilizzate durante la Guerra Fredda fino agli accordi più recenti che consentono l’uso di porti, aeroporti e installazioni strategiche a forze straniere. Parlare oggi di una nuova base navale miliardaria vuol dire ignorare deliberatamente questo passato e fingere che non esista un problema strutturale.

È osceno pensare che una cifra così esorbitante venga destinato a una struttura militare in una regione segnata da disuguaglianze profonde, sistemi sanitari fragili, istruzione sottofinanziata e infrastrutture civili spesso carenti. Anche ammesso che una parte di quella spesa ricada localmente sotto forma di appalti o posti di lavoro, il rapporto costi-benefici resta moralmente indifendibile. Un porto militare non cura, non educa, non riduce la povertà. Al contrario, militarizza il territorio e lo inserisce in logiche geopolitiche che espongono la popolazione a rischi maggiori, trasformando il paese ospitante in un potenziale bersaglio e in un ingranaggio di conflitti che non ha scelto.

Prendendo in considerazione il diritto internazionale e della democrazia, la questione è altrettanto inquietante. Accordi di questo tipo vengono spesso negoziati con scarso dibattito pubblico, talvolta aggirando o svuotando il controllo parlamentare, e legano le politiche di sicurezza nazionale a interessi esterni. La presenza permanente di una base navale straniera condiziona le scelte di politica estera, limita l’autonomia decisionale e rafforza élite politiche e militari locali più attente a compiacere Washington che a rispondere ai propri cittadini.

C’è poi l’ipocrisia, difficile da digerire, di un paese che si presenta come paladino della pace e della stabilità mentre investe somme da capogiro nell’espansione militare globale. Se l’obiettivo fosse davvero la cooperazione regionale o la sicurezza collettiva, quelle risorse potrebbero essere indirizzate a programmi civili, a iniziative multilaterali sotto egida internazionale, o a un reale sostegno allo sviluppo sostenibile. Il gesto che ci si pone davanti intende, al contrario, ribadire che la forza armata resta lo strumento privilegiato di intervento.

Questa notizia è grave perché normalizza l’idea che l’America Latina sia ancora uno spazio disponibile per le ambizioni strategiche altrui, un’area da presidiare piuttosto che da rispettare. È riprovevole perché mostra come, nel 2026, si continui a investire miliardi in navi, banchine e armamenti mentre milioni di persone lottano per bisogni elementari. Ed è pericolosa perché rafforza una spirale di militarizzazione che non ha mai portato vera sicurezza, ma solo nuove forme di dipendenza e nuove ferite storiche a venire.

[e.c.]




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