Economia

Investimenti, Europa a più velocità: Italia sotto media Ue

Più fiducia sugli investimenti, più spinta su software e capitale umano, maggiore propensione alla crescita, ma un ritardo ancora marcato su intelligenza artificiale e transizione climatica. È questa la fotografia che emerge dall’Investment Survey 2025 della Banca europea per gli investimenti (Bei), che analizza i piani di investimento di circa 13 mila imprese tra Unione europea e Stati Uniti e offre un confronto dettagliato tra tutti i 27 Stati membri. Lo scenario resta complesso. Le imprese europee operano in un contesto segnato da incertezza geopolitica, ritorno dei dazi, tensioni sulle catene globali del valore e instabilità macroeconomica. Eppure, nel 2025 l’86% delle imprese dell’Ue continua a investire, un dato solo leggermente inferiore a quello del 2024. Il problema è che la crescita degli investimenti sta rallentando: le imprese restano attive, ma più caute sulle prospettive economiche e sul quadro politico-regolatorio.

In parallelo, si accentua la differenza con gli Stati Uniti. Le imprese europee investono soprattutto per sostituire e rendere più efficienti gli impianti, mentre quelle americane puntano molto di più sull’espansione della capacità produttiva. Anche la composizione degli investimenti resta diversa: in Europa il 35% delle risorse va verso asset immateriali – software, formazione, ricerca, riorganizzazione dei processi – mentre negli Usa pesa di più l’investimento in terreni, edifici e infrastrutture. È uno scarto che incide direttamente sulla velocità di trasformazione industriale.

Europa a più velocità

La survey, basata su un campione di imprese che investono oltre 500 euro per addetto, fotografa un’Europa che si muove in modo eterogeneo. In testa alla classifica si collocano i Paesi del Nord: Danimarca (98%), Finlandia (96%), Cipro (94%), Paesi Bassi (93%), Slovenia (92%) e Svezia (91%). Subito dietro un secondo blocco compatto composto da Austria (90%), Croazia (89%), Germania (89%), Slovacchia (88%) e Cechia (87%). Nel gruppo centrale si trovano alcuni dei grandi Paesi industriali: Francia (84%), Portogallo (84%), Spagna (81%) e Belgio (81%). L’Italia è al 20° posto con l’80% delle imprese che investono, in linea con la Polonia ma sotto la media Ue. Più in basso si collocano Romania ed Estonia (78%), Grecia e Ungheria (76%), Lettonia (75%) e Bulgaria (71%), fanalino di coda. Il quadro è netto: l’Europa settentrionale e parte di quella centrale continuano a trainare gli investimenti, mentre l’Europa meridionale e orientale mostrano una maggiore fragilità strutturale.

Supply chain

Sul fronte delle catene di fornitura, le imprese europee restano fortemente integrate nel commercio internazionale, soprattutto nell’industria manifatturiera e tra le grandi aziende. I timori legati a nuove interruzioni si sono ridimensionati rispetto agli anni della pandemia e della guerra in Ucraina, ma le preoccupazioni geopolitiche restano elevate. La reazione delle imprese europee è prudente: solo una minoranza ha ridotto le importazioni, mentre cresce la diversificazione geografica dei fornitori. Negli Stati Uniti, al contrario, l’impatto dei nuovi dazi è stato più traumatico: aumento delle scorte, sostituzione dei fornitori esteri con quelli domestici, ripensamento delle strategie di globalizzazione. Gli Usa reagiscono in modo aggressivo, l’Europa si adatta senza strappi.

Clima e digitale

Sul fronte della transizione ecologica, l’Europa mantiene un posizionamento avanzato: oltre il 90% delle imprese Ue ha già avviato azioni per ridurre le emissioni e una quota crescente investe in rinnovabili, efficienza energetica, mobilità sostenibile e riciclo. Aumenta anche l’attenzione ai rischi fisici del clima, con una maggioranza delle imprese che ha già subito perdite da eventi estremi, con forti differenze tra Nord e Sud Europa.

Sul digitale, il divario con gli Stati Uniti si sta riducendo: l’adozione delle tecnologie avanzate è ormai simile sulle due sponde dell’Atlantico. Il vero tema resta l’uso sistemico dell’intelligenza artificiale. Negli Usa l’AI è già integrata in più processi aziendali, mentre in Europa resta spesso confinata in ambiti selettivi come marketing e processi interni.

Il caso Italia

Dentro questo quadro a 27 velocità, l’Italia mostra un profilo peculiare. Nel 2025 solo l’80% delle imprese italiane ha investito, contro l’86% europeo. Ma le aspettative raccontano un’altra storia: il 27% delle imprese italiane prevede un aumento degli investimenti, solo il 16% un calo, con un saldo positivo di 11 punti, contro appena 4 nella media Ue. Anche la composizione degli investimenti è un punto di forza: il 39% delle risorse va verso software, formazione, ricerca e organizzazione, contro il 35% europeo. Inoltre, guardando ai prossimi tre anni, il 30% delle imprese italiane punta ad ampliare la capacità produttiva (contro il 26% dell’Ue), il 27% investirà in nuovi prodotti e processi (contro il 20%), e solo il 28% resterà sulla pura sostituzione degli impianti (contro il 43%). Una postura più offensiva della media europea.

Il rovescio della medaglia è il ritardo sull’intelligenza artificiale: solo il 20% delle imprese italiane utilizza l’AI, contro il 37% della media europea. E anche sul fronte climatico il profilo resta più difensivo: alta diffusione di strumenti di protezione dai rischi fisici, ma meno target emissivi e meno investimenti strutturali di decarbonizzazione rispetto ai Paesi più avanzati.


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