Inter-Juve, c’è tutto il peggio del calcio italiano
La simulazione di Alessandro Bastoni che ha provocato sabato 14 febbraio l’espulsione di Pierre Kalulu in Inter-Juventus al 42’ del primo tempo, con inevitabile condizionamento di una gara vinta 3-2 dai nerazzurri e scontata coda di caos, è un contenitore nel quale c’è tutto il peggio del calcio italiano.
Fa un certo effetto vedere un giocatore (Bastoni), 27 anni il prossimo 13 aprile, 41 presenze in nazionale e premiato due volte miglior difensore della Serie A, festeggiare il cartellino rosso di Kalulu come fosse un gol: a cacciare dal campo l‘avversario è stato lui, con un gesto profondamente contrario all’etica sportiva (la simulazione).
Fa un certo effetto vedere ancora in circolazione un “fischietto” (Federico La Penna) mediocre, sospeso in passato per irregolarità nelle note spese: l’arbitro, equiparabile a un giudice, deve essere un manifesto dell’integrità, altro che storie.
Fa un certo effetto vedere un club come la Juventus, che ha nel suo curriculum peccatucci come l’episodio Buffon-Muntari (pallone abbondantemente respinto oltre la linea dall’ex portiere, oggi dirigente di punta della nazionale), reagire in modo aggressivo come accaduto sabato sera.
Fa un certo effetto vedere Comolli e Chiellini scatenare la loro rabbia come accadeva un tempo con la famosa triade (ma almeno Giraudo, Moggi e Bettega erano più furbi e non si facevano beccare dalle telecamere).
Fa un certo effetto vedere l’Inter, che nella questione Calciopoli si erse a vittima del sistema, beneficiare di una scorrettezza come quella commessa da Bastoni e non dire “chiediamo scusa, punto”: al contrario, dopo aver detto “Bastoni ha sbagliato”, il presidente Marotta, dirigente di lungo corso, ha ributtato la palla dall’altra parte, elencando i torti e i danni subiti in passato, senza capire che questa è una spirale dalla quale non si esce.
Fa un certo effetto vedere Chivu, glorificato per mesi dai media per la sua pacatezza un po’ pretesca, gettare la maschera e ribaltare addirittura la questione (colpa di Kalulu che doveva tenere le mani chissà dove).
E fa un certo effetto vedere come un’occasione formidabile come questa, per dare un segnale (da qualche parte si dovrà pur cominciare) all’intero sistema, venga sprecata dalla federazione e dal commissario tecnico Gattuso: lasciare Bastoni a casa, per gli spareggi mondiali, era il messaggio giusto. Colpirne uno per educarne cento, oh yes. Il nostro calcio ci regala ogni settimana una varietà di giocatori appena sfiorati che cadono a terra folgorati, di gente colpita con un buffetto che si rotola a terra come se avesse rimediato un pugno da Tyson: ma basta, ma per favore. Più colpevole Gattuso che Gravina, se vogliamo. Una volta, ai tempi di Cesare Prandelli, esisteva un codice etico. Fa un po’ ridere, se ci pensiamo, perché una delle essenze dello sport è, o almeno dovrebbe essere, l’etica, ma in un paese come il nostro, l’idea di Prandelli fu un fiore nella merda. Sparito Prandelli, sparito il codice.
Oggi c’è Gattuso che è più realista del re. La sua missione è portare la nazionale al mondiale dopo due bocciature di fila, tutto il resto è noia. Chissenefrega dell’etica, vale sempre la vecchia storia “tanto fanno tutti così e poi una simulazione, che cosa sarà mai?”. Gravina, preso atto che Gattuso non ci pensa assolutamente a lasciare a casa Bastoni, si adegua: perché cercare rogne? Una in meno (anche perché, metti che dovesse andare male agli spareggi, apriti cielo).
La nave va, direbbe Fellini. Passata la tempesta, si torna a navigare. Il calcio italiano va, con le sue vergogne, i suoi debiti e la sua faziosità. Con la protervia dei forti e il silenzio degli opportunisti. Niccolò Machiavelli scrisse Il Principe nel 1532. Sono trascorsi quasi 500 anni da quel trattato sulla politica e sulle sue doppiezze, astuzie e spregiudicatezze. “Il fine giustifica i mezzi”. Cinquecento anni dopo, l’Italia è ancora questa.
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