Inflazione, tassi e valute: l’allarme di Unctad sul rischio sistemico globale
Lo Stretto di Hormuz è di fatto quasi bloccato e l’impatto sull’economia globale è già visibile. A certificarlo è un aggiornamento dell’analisi di UN Trade and Development (Unctad). Il primo c’è stato il 10 marzo. L’analisi conferma un rapido peggioramento delle condizioni globali, dopo l’escalation militare di fine febbraio, con effetti che si estendono ormai ben oltre i mercati energetici.
Il dato dei traffici è emblematico: il passaggio delle navi è crollato del 95% in poche settimane, passando da una media di 129 transiti giornalieri a febbraio ad appena 6 a marzo. Un blocco che colpisce una delle principali arterie del commercio mondiale di petrolio e gas.

Le conseguenze si riflettono sullacrescita del commercio internazionale, che nel 2024 viaggiava intorno al 4,7%, è attesa rallentare fino a un range compreso tra l’1% e il 2% nel 2026. Un segnale chiaro di raffreddamento della domanda globale, in un contesto di forte aumento dell’incertezza.

Anche il quadro macroeconomico si deteriora. Secondo Unctad, la crescita globale si attesterà intorno al 2,6%, con una forte divergenza tra economie avanzate ed emergenti: i Paesi sviluppati rallentano all’1,5%, mentre quelli in via di sviluppo restano sopra il 4%, ma in un contesto molto più fragile.
Il primo canale di trasmissione resta quello energetico, con prezzi di petrolio e gas in forte aumento. Ma il report evidenzia come lo shock si stia rapidamente trasferendo ai mercati finanziari. Le principali borse globali – dall’Msci Emerging Markets allo S&P 500 – registrano cali significativi, mentre le valute dei Paesi emergenti si indeboliscono: -2,9% in Africa, -2,3% in America Latina, -1% in Asia.

Il punto più critico riguarda però il debito. L’aumento dei rendimenti dei titoli sovrani segnala un peggioramento delle condizioni finanziarie: in Africa si passa dal 7,6% all’8,3%, mentre in Asia l’incremento supera i 0,7 punti percentuali. In altre parole, per molti Paesi diventa sempre più costoso finanziarsi sui mercati internazionali.
È qui che lo shock energetico si trasforma in rischio sistemico. Secondo Unctad, 3,4 miliardi di persone vivono in 46 Paesi che già oggi spendono più per il servizio del debito che per sanità o istruzione. Un equilibrio già precario che rischia di rompersi ulteriormente sotto la pressione combinata di inflazione, tassi più alti e valute deboli.
L’organizzazione conclude che non si tratta più di una crisi regionale legata al Medio Oriente, ma di uno shock globale che intreccia energia, commercio e finanza. E che, senza una rapida de-escalation, rischia di tradursi in un rallentamento più ampio dell’economia mondiale, con effetti sociali particolarmente pesanti nei Paesi più vulnerabili.
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