Economia

Inflazione e crisi in Iran: il calo del rial minaccia il potere di Khamenei


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Buona lettura,

Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica

Più l’inflazione che l’attacco degli Stati Uniti. Si annidano tra le pieghe della crisi economica le origini delle crepe che stanno minando le basi del potere di Khamenei.

Anche Trump aveva cavalcato i dati sul costo della vita per battere Biden nella corsa alle presidenziali. E lo stesso spauracchio è stato agitato da Starmer per spodestare 14 anni di governo dei conservatori nel Regno Unito.

La moneta a fondo. A scatenare le proteste in Iran, frutto del malcontento per il regime e delle privazioni di libertà, è stato il crollo del rial arrivato al suo minimo storico, un ribasso che di contro ha fatto impennare i prezzi dei beni di prima necessità con un litro di olio di girasole arrivato a costare qualcosa come 21 dollari.

Il cambio. Oggi ci vogliono 1,5 milioni di rial per un dollaro. La divisa iraniana ha perso il 45% del suo valore nell’ultimo anno e il 98% nell’ultimo decennio. Al momento della rivoluzione degli Ayatollah del 1979, per la divisa statunitense servivano solo 70 monete iraniane, il che significa che in quasi quarant’anni ha perso circa 20mila volte il suo valore.

Il colpo agli stipendi. L’aumento dei prezzi riduce il potere d’acquisto, colpisce i poveri, ma in Iran ha un effetto ancora più devastante perché molti salari sono fissati su base annuale. A dicembre, mentre il valore del rial è diminuito del 16%, l’inflazione relativa ai beni alimentari ha raggiunto un tasso annuo del 72%, quasi il doppio della sua media recente.

Cacciato il capo della Banca centrale. Del disastro, è stato incolpato il governatore della Banca centrale iraniana, l’economista Mohammad Reza Farzi, insediatosi nel 2022 quando il rial cambiava a 430mila nei confronti del dollaro, ora sostituito con l’ex ministro dell’Economia, Abdolnasser Hemmati.

La miccia. I primi a scendere in piazza e a scioperare sono stati il 28 dicembre scorso i venditori di elettronica di Teheran, lungo Jomhouri Avenue, la cui merce è principalmente importata dall’estero ed è difficile comprarla o venderla con la valuta in caduta libera.

Si ribella anche il Gran Bazaar. Alla manifestazione si sono poi aggiunti i commercianti del Grand Bazaar di Teheran, luogo storico e simbolo del sostegno conservatore al governo, che hanno chiuso i negozi per protesta contro il caro vita.

Da allora, è stato un crescendo di disordini che si sono estesi in tutto l’Iran, comprese importanti città come Mashhad, cosa che non accadeva dal 2022, tanto da suscitare una dura repressione da parte delle autorità religiose e militari, che ha portato a migliaia di morti.

Cosa c’è di diverso. Una differenza fondamentale, però, tra la rivolta di oggi e le precedenti è lo stato dell’economia, che dopo anni di sanzioni e di isolamento diplomatico si è progressivamente deteriorata.

Il Pil. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, il Pil iraniano ha chiuso il 2025 con una crescita dello 0,6% a 356 miliardi di dollari, dopo il rialzo del 3,7% del 2024 che era comunque stato il peggiore risultato degli ultimi cinque anni.

Il calo del petrolio. Il rallentamento è stato causato dal settore petrolifero, la cui crescita si è fermata al 4,6%, rispetto al 18,8% dell’anno precedente.

Ieri. Nel 2018, l’ultima volta che l’Iran ha permesso al Fondo monetario di controllare le sue finanze, il Paese ha venduto all’estero 46 miliardi di dollari di petrolio, che rappresentavano circa la metà delle sue esportazioni totali ed erano pari a 2,5 milioni di barili al giorno su una produzione di 3,8 milioni di barili.

Oggi. Secondo le stime degli Stati Uniti, la quota dovrebbe essersi ridotta di un terzo con una esportazione di 1,7 milioni di barili al giorno, più o meno in linea con il 2024, anche se la produzione potrebbe essere diminuita ulteriormente dopo i recenti attacchi di Israele.

I numeri della Banca mondiale. Le mancate entrate hanno costretto il Paese a stampare moneta, alimentando l’inflazione che si è sommata alla crisi del mercato del lavoro. Nonostante una crescita moderata dell’occupazione, la creazione di posti di lavoro rimane inadeguata per una popolazione in crescita.

Non c’è lavoro. In media, solo 3,8 iraniani su 10 in età lavorativa hanno un impiego. Per le donne, 1,2 su 10. L’invecchiamento demografico e l’emigrazione, in particolare tra i giovani altamente istruiti, stanno erodendo il capitale umano e le prospettive di crescita.

Tanti poveri… La povertà, in calo, è stata stimata al 19,9% per il periodo 2023/24, prendendo come riferimento la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno utilizzata dalla Banca mondiale per i Paesi a reddito medio alto (la povertà assoluta è a 2,15 dollari).

… che potrebbero crescere. La tendenza potrebbe invertirsi. La Banca mondiale stima che il recente rallentamento della crescita e la contrazione del Pil dovrebbero spingere altre 2 milioni di persone in povertà.

La frenata dell’economia. Il Pil rallenterà ulteriormente nel medio termine sempre per la contrazione del settore petrolifero causata da sanzioni più severe e dal calo della domanda globale. E le restrizioni peseranno anche sugli altri settori, il commerciale e il finanziario, aggravati dalla carenza di energia, dai vincoli di liquidità e dalle interruzioni legate ai conflitti e alle proteste.

Gli eventi climatici, compresa la scarsità d’acqua, continueranno invece a pesare sul settore agricolo e ad avere un impatto sui mezzi di sussistenza della popolazione rurale.

Un anno difficile. Gli ultimi dieci mesi sono stati tra i più difficili negli ultimi quarant’anni della Repubblica islamica, con crisi e ripetute chiusure che hanno colpito l’economia, erodendo, secondo alcune stime, il 7% del Pil. I più scontenti della situazione sono i giovani disoccupati perché la classe politica non offre soluzioni.

Le misure di austerità del governo. Lo scorso novembre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha presentato un pacchetto di riforme per il bilancio 2026 per contrastare la crisi economica che sono state però interpretate come un messaggio di austerità.

Più tasse. A fronte del calo delle entrate da petrolio, le imposte statali sarebbero dovute passare dal 42 al 57%, mentre i salari del settore pubblico che vengono fissati annualmente hanno recepito solo la metà del tasso di inflazione che per l’anno in corso è stimata al 46%.

A poco sono valsi la successiva proposta di riduzione dell’Iva dal 12 al 10%, il ritocco dei salari e l’introduzione di sussidi per i poveri di 8 dollari mensili, perché a dicembre il malcontento è diventato subito protesta.

A peggiorare il quadro è stata anche l’abolizione del tasso di cambio preferenziale sulle importazioni di beni essenziali, che ha alimentato la corsa dell’inflazione già alle stelle su prodotti di prima necessità, dall’olio al pollo e alle uova.

Le Guardie della rivoluzione. Oltre alla classe politica, l’altro bersaglio del malcontento è il corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (Ircg) che hanno accentrato nelle loro mani gran parte del potere economico.

Le aziende. Controllano colossi come Khatam al-Anbiya, società di costruzioni e holding di partecipazioni, la Persian Gulf Petrochemicals, la più grande raffineria del Paese, Hara, un’azienda di ingegneria che si occupa di perforazioni e Bahman, un tempo produttore di automobili Mazda in Iran. Ma anche banche, fabbriche e startup.

Petrolio e commercio. Sempre alle Guardie della rivoluzione sono destinati una parte dei proventi del petrolio col fine di garantire la sicurezza del Paese.

Prima della guerra con Israele gestivano circa 500mila barili al giorno di greggio e intorno alle attività di esportazione, garantite attraverso fondi fiduciari per aggirare le sanzioni, è stata creata anche una girandola di attività commerciali, legali e illegali.

Uno stretto gruppo di oligarchi, vicini al potere, gestisce tanto il traffico di droga e il contrabbando di sigarette, quanto il commercio di prodotti dell’elettronica di consumo e dei generi alimentari, tutti prodotti finiti al centro delle proteste per i prezzi elevati raggiunti.

E sono proprio questi rincari e l’inflazione che ora potrebbero contribuire a dare la spallata al regime con le Guardie della rivoluzione e gli oligarchi forse disposti, sotto la minaccia di un intervento Usa, a valutare anche di sacrificare in stile Maduro il leader supremo per salvare il sistema attuale e scongiurare il caos.


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