Inchiesta Ponte, l’ex magistrato (prima della notizia dell’indagine) difendeva la riforma voluta dal governo: “La Corte dei Conti non deve essere un freno”
“I miei amici del governo a cominciare da Salvini (…) si sarebbero aspettati (…) una presa di distanza”. Così parlava l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, stando a un’intercettazione riportata nel decreto di perquisizione disposto dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, per spiegare a un imprenditore anche lui indagato perché aveva evitato di partecipare a una manifestazione durante la quale i giornalisti gli avrebbero chiesto conto della decisione della magistratura contabile di stoppare il progetto dell’opera. Miele, accusato di aver passato informazioni riservate sull’orientamento degli altri membri della Camera di consiglio nella speranza di ottenere in cambio un trampolino verso la presidenza dell’Antitrust o incarichi di vertice in una società pubblica, assicurava di non essere “allineato a questi deficienti dei miei colleghi”. E il suo disallineamento è in effetti palese anche nel giudizio espresso proprio martedì dalle pagine del Sole 24 Ore sulla contestata riforma della Corte dei conti approvata in via definitiva lo scorso dicembre. Quella che tra il resto fissa un tetto del 30% al danno erariale contestabile in caso di colpa grave, limitando pesantemente i risarcimenti che potranno essere richiesti a chi ha sprecato risorse pubbliche.
Ecco: quel provvedimento, che per l’Associazione Nazionale Magistrati della Corte dei Conti “indebolisce i presìdi di legalità e responsabilità a tutela dei cittadini”, “snatura le funzioni di controllo e consultive della Corte” e “abbassa la soglia di attenzione sull’uso del denaro pubblico”, secondo Miele “non è affatto un colpo di spugna, ma si inserisce tra le misure necessarie per superare la cosiddetta ‘paura della firma‘ e rendere la Pubblica amministrazione più efficiente“. Poco importa anche se il modesto limite del 30% previsto dalla riforma Foti, rinviata più volte alla Consulta per profili di incostituzionalità, secondo il presidente della Corte Guido Carlino “fa sì che resto del danno non risarcito resti a carico dell’amministrazione, e quindi della collettività, indebolendo gli effetti deterrenti della responsabilità amministrativa e incentivando una maggiore leggerezza nell’adozione di atti e provvedimenti amministrativi”. Per Miele si tratta invece di un passo avanti: “Negli ultimi anni l’esecuzione delle condanne ha permesso di recuperare meno del 10% del danno riconosciuto, lasciando il restante 90% a carico della collettività. Con il limite al 30% e l’introduzione del nuovo obbligo assicurativo per gli amministratori pubblici, il recupero di questa quota è invece pienamente garantito“.
Insomma, garantisce il magistrato andato in pensione nel febbraio 2026 al quotidiano di Confindustria, “si recupera più di prima e si introduce la possibilità di allontanare i disonesti dalla gestione pubblica”. “Condivisibili” poi le novità su controllo preventivo di legittimità e funzione consultiva, perché in quel modo si incoraggia la Corte ad essere un organo “al servizio” della Pa, con un “ruolo collaborativo”, e non un “potere“. Perché “oggi il Paese vuole una Corte che sia volano dell’azione amministrativa, non un freno“. Come invece, per esempio, nel caso del mancato visto di legittimità alla delibera del Cipess sul “Collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria”. Cioè il ponte caro a quel Matteo Salvini che Miele, intercettato, annovera tra gli “amici del governo”.
Coerentemente, il già presidente aggiunto usa nei confronti della Corte parole che non sfigurerebbero in bocca al leader della Lega: “La Corte, piuttosto che opporsi in tutti i modi all’applicazione della legge” – sentenzia parlando delle parti della riforma oggetto di delega, a partire dalla gerarchizzazione interna della Corte e della minore autonomia dei magistrati contabili – “adottando interpretazioni molto singolari e acrobatiche e inondando la Corte costituzionale di questioni di legittimità, dovrebbe prendere atto che oggi non può più essere quella degli ultimi anni”. Deve insomma guardare al futuro. Proprio come Miele, che nelle intercettazioni ambientali svela senza remore le proprie ambizioni: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il Presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto…c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsement… certo che va bene”. Secondo gli investigatori del Ros dei carabinieri, per spianarsi la strada il magistrato contabile avrebbe assicurato un orientamento favorevole al giudizio di legittimità sull’approvazione del progetto definitivo del Ponte.
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