“Impossibile vivere a Sondrio con lo stipendio da docente, umiliante ricevere pasta e carta igienica dai genitori dei miei studenti”, qualcosa non quadra

C’è chi arriva all’insegnamento per vocazione e chi ci arriva dopo una lunga strada, costellata da rinunce, ripensamenti, scelte controcorrente. Come la campana Giusy che ha scritto alla redazione di Orizzonte Scuola, raccontando il suo percorso. Un’educazione familiare distante dal mondo accademico, un lavoro iniziato giovane, poi la decisione di rimettersi a studiare: “Mi sentivo portata per l’insegnamento, trovavo gratificante spiegare agli altri ciò che sapevo”. Dopo anni di università e abilitazione, arriva la supplenza tanto attesa. Ma l’incarico non è dietro casa: si trova a Sondrio, a oltre 900 chilometri dalla propria regione.
Le difficoltà concrete
Appena presa servizio, si scontra con la realtà più dura. “Dopo il primo mese – tra affitto e spese di sopravvivenza – mi ritrovo senza stipendio”. Nessun errore da parte sua. Il contratto, inserito dalla scuola, risulta mal caricato e il pagamento slitta. I supplenti brevi vengono pagati direttamente dagli istituti, ma se qualcosa va storto, ci si ritrova senza nulla. L’aiuto, in questo caso, arriva inaspettato: “La madre di un mio alunno, intuendo la situazione senza che io le dicessi nulla, un giorno ha bussato alla mia porta con buste piene di pasta, carta igienica, prodotti per l’igiene personale e cibo vario”. Non c’è bisogno di aggiungere altro per comprendere l’impatto umano di quanto sta accadendo.
Precarietà e isolamento
L’incarico continua, a fatica. Ma la precarietà non riguarda solo lo stipendio. Poco prima della scadenza del contratto, la docente è costretta a lasciare l’alloggio. Nessuna nuova casa, ancora stipendi arretrati, nessun mezzo per tornare in Campania: “Mi ritrovo così senza stipendio (con due mensilità arretrate), senza casa, senza cibo e senza possibilità economica di tornare”. La solitudine pesa, soprattutto quando le risposte non arrivano.
“Si parla molto di burnout nel mondo della scuola, ma nessuno dice che, in situazioni di sconforto totale come questa, la mente vaga e non riesce a trovare soluzioni”.
Una professione che non è per tutti
Il punto più amaro arriva alla fine della lettera: “Oggi la professione del docente sembra essere sostenibile solo per chi proviene da famiglie benestanti”. Chi può permettersi mesi senza paga, spese di viaggio e affitti lontano da casa, riesce ad andare avanti. Gli altri sono costretti a fermarsi. L’insegnamento, che dovrebbe basarsi sul merito e sull’impegno, diventa così un traguardo riservato a pochi.
Dietro le statistiche sul precariato si nascondono storie come questa, che mostrano come ci sia qualcosa che non va. “Tutto questo è sconfortante e soprattutto GRAVE”. Non è solo una testimonianza personale, ma la fotografia di una frattura che continua a dividere il Paese.
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