Friuli Venezia Giulia

Immigrazione e povertà, ecco come l’Italia sta pagando il prezzo più alto

10.12.2025 – 19.00 – Negli ultimi trent’anni, con l’immigrazione, abbiamo importato povertà. – L’immigrazione non può essere decisa unilateralmente né imposta da chi immigra, ma deve essere concordata contrattualmente con il paese di destinazione, che è libero di decidere se accogliere o meno. In Italia, i poveri assoluti sono circa 5,7 milioni. Di questi, 1,7 milioni sono stranieri, circa il 30%. Quindi, nonostante gli stranieri rappresentino il 9% della popolazione, il loro tasso di povertà è oltre quattro volte superiore a quello degli italiani. Il motivo è che il 70% degli immigrati extracomunitari provenienti da aree afro-mediorientali è privo di scolarizzazione, specializzazioni o qualifiche. La diretta conseguenza è un enorme aggravio sul bilancio pubblico per alloggi, assegni familiari, asili nido, scuola, assistenza sanitaria, sussidi, pensioni sociali e di invalidità, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro, a fronte di un gettito IRPEF esiguo, circa 10 miliardi, proveniente da 2,5 milioni di lavoratori, con uno sbilancio negativo di circa 24 miliardi, a cui va aggiunto il flusso emorragico di rimesse estere dall’Italia, che nel 2024 ha raggiunto la cifra di 8,3 miliardi di euro, con Bangladesh, Pakistan e Marocco come principali destinazioni. Il flusso di rimesse verso l’estero non solo impoverisce il paese, ma comporta una diminuzione del patrimonio finanziario disponibile, agevolando l’attestazione di ISEE bassi per scalare le graduatorie delle assistenze.

A ciò si aggiunge l’inesistente fedeltà fiscale delle imprese autonome nordafricane e medio-orientali, che si traduce in gravi forme di concorrenza sleale nei confronti di quelle italiane, come evidenziato dal dilagare di tali esercizi sul territorio nazionale. La pratica consiste nell’adempiere formalmente agli obblighi fiscali necessari per il rinnovo del permesso di soggiorno, ma nel non versare imposte e contributi, i cui ruoli vengono lasciati scadere, stante la mancanza di beni immobili e mobili escutibili, poiché tali soggetti operano prevalentemente tramite money transfer. Ai costi elencati si aggiungono quelli per la cosiddetta accoglienza, che oscillano tra i 3 e i 5 miliardi di euro l’anno. Considerato l’impatto negativo sui conti pubblici, è evidente la necessità di fermare quanto prima il flusso degli immigrati irregolari, così come quello dei regolari previsti dai decreti flussi. È necessario introdurre la regola secondo cui, prima di esperire domande per assumere lavoratori provenienti dall’estero, occorre formare e rendere “assumibili” i percettori italiani di sussidi assistenziali, come disoccupazione e Reddito di Inclusione. A tal fine, è indispensabile istituire una banca dati nazionale di tutti i soggetti percettori di sussidi (ad oggi esiste solo un’elencazione numerica per provincia), distinti tra abili al lavoro e non, e profilati per caratteristiche anagrafiche e curriculum professionale (eccetto nome e cognome, a tutela della privacy), da cui i datori di lavoro possano attingere per assumere e formare lavoratori, acquisendo il sussidio per un periodo di 24-36 mesi a riduzione del costo del lavoro, con la previsione che il beneficiario che rifiuta lavoro o formazione perda il diritto al sussidio.

La necessità di esperire preventivamente la ricerca di lavoratori autoctoni prima di assumere dall’estero è una regola seguita da molte democrazie attente al contenimento dell’immigrazione (vedi Australia), con l’eccezione dei lavoratori super-specializzati. In ogni caso, agli immigrati deve essere richiesta una garanzia finanziaria o reddituale, cioè un livello minimo di entrate da dimostrare, che impedisca loro di rappresentare un costo per i contribuenti del paese che li accoglie. Si va dai 30.000 dollari della Thailandia ai 70.000 dollari, più 750.000 dollari di giacenze sul conto corrente dell’Australia. Il requisito italiano per rinnovare il permesso di soggiorno prevede attualmente di dimostrare entrate di soli 530 euro mensili (pari all’assegno sociale), un livello non più sostenibile dal bilancio pubblico: l’importo richiesto va aggiornato al reddito necessario per una reale autosufficienza, circa 1.730 euro netti, da attualizzare annualmente e aumentare per ogni componente familiare a carico.

Inoltre, è necessario prevedere l’esclusione dai provvedimenti di integrazione al reddito, come gli assegni familiari, per chi non possiede la cittadinanza italiana. In conclusione, va rifiutato l’ingresso e il rinnovo del permesso di soggiorno a chi non produce un reddito sufficiente a garantire l’autosufficienza e a chi ha debiti fiscali scaduti, attestati da cartelle esattoriali. Quanto sopra riguarda l’impatto economico dell’immigrazione sui conti pubblici, ma va considerato anche l’effetto di condizionamento culturale e sociale, per cui è preferibile un’immigrazione assimilabile per tradizioni e religione, affinché non si formino enclave politiche all’interno dei territori accoglienti.

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Elena Vigliano

Economista d’impresa, si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università “La Sapienza” di Roma; in seguito si è specializzata nella consulenza fiscale, societaria e del lavoro, vantando una pluriennale esperienza nel supporto strategico alle imprese. Grazie a un percorso formativo internazionale, con studi in scuole americane e inglesi e periodi di vita all’estero, anche in Africa, ha sviluppato una visione globale e una profonda comprensione delle dinamiche economiche e culturali. Come economista d’impresa, applica conoscenze teoriche e pratiche per guidare le aziende nella gestione efficiente, nella pianificazione strategica e nella creazione di valore, con particolare attenzione agli aspetti fiscali e normativi. Attualmente presiede “Liberimpresa”, associazione dedicata alla promozione del pensiero e della cultura liberale in Italia e all’estero, con l’obiettivo di dimostrare che le politiche assistenziali e lo statalismo rischiano di soffocare l’iniziativa individuale, la competitività e l’efficiente allocazione delle risorse, mentre è necessario promuovere soluzioni basate sulla concorrenza e sulla sussidiarietà.

[e.v.]




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