Il Wi-Fi nelle case fa male? Gli ultimi studi scientifici
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Il Wi-Fi è ormai una presenza costante nelle abitazioni italiane. Router accesi 24 ore su 24, dispositivi connessi in ogni stanza, smart TV, assistenti vocali, elettrodomestici intelligenti. In parallelo alla crescente digitalizzazione domestica, non si è mai sopito il dibattito sui possibili effetti sulla salute delle onde elettromagnetiche emesse dai dispositivi wireless.
Ma il Wi-Fi in casa fa davvero male? Oppure si tratta di un timore amplificato dalla disinformazione? Per rispondere occorre distinguere tra percezione del rischio e evidenze scientifiche, analizzando cosa dicono oggi le principali autorità sanitarie internazionali e gli studi più recenti.
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Che tipo di onde emette il Wi-Fi
Il Wi-Fi utilizza campi elettromagnetici a radiofrequenza, generalmente nelle bande di 2,4 GHz e 5 GHz (e più recentemente 6 GHz con il Wi-Fi 6E). Si tratta di radiazioni non ionizzanti, cioè prive dell’energia necessaria a modificare il DNA o a danneggiare direttamente le cellule, a differenza delle radiazioni ionizzanti come raggi X o raggi gamma.
Questo è un punto centrale: le radiofrequenze del Wi-Fi appartengono alla stessa categoria delle onde emesse da radio, televisione e telefoni cellulari. Il loro effetto biologico principale, a livelli molto elevati, è il riscaldamento dei tessuti. Tuttavia, le potenze in gioco nei router domestici sono di gran lunga inferiori alle soglie considerate pericolose.
Le posizioni delle autorità sanitarie
Le valutazioni sul rischio vengono periodicamente aggiornate da organismi scientifici indipendenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha più volte dichiarato che, sulla base delle evidenze disponibili, non esistono prove convincenti che l’esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza ai livelli tipici dell’ambiente domestico provochi effetti avversi sulla salute.
Anche l’IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha classificato nel 2011 i campi elettromagnetici a radiofrequenza come “possibilmente cancerogeni per l’uomo” (gruppo 2B). Si tratta però di una categoria ampia che include anche sostanze come il caffè e i sottaceti, e indica evidenze limitate e non conclusive.
In Europa, l’ICNIRP (Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti) stabilisce limiti di esposizione molto restrittivi. I livelli misurati nelle abitazioni con router Wi-Fi attivi risultano generalmente centinaia o migliaia di volte inferiori a tali limiti.
Gli studi più recenti: cosa emerge
Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata su tre ambiti principali: rischio oncologico, effetti neurologici e impatto sul sonno.
1. Rischio tumori
Le grandi revisioni sistematiche pubblicate dopo il 2020 non hanno evidenziato un aumento coerente dell’incidenza di tumori cerebrali correlato all’uso di dispositivi wireless a bassa potenza, come i router domestici. Gli studi che avevano suggerito un possibile collegamento riguardavano soprattutto l’uso intensivo e prolungato di telefoni cellulari, non il Wi-Fi ambientale.
Va inoltre considerato che l’esposizione al router è di norma molto inferiore rispetto a quella di uno smartphone appoggiato all’orecchio durante una chiamata.
2. Effetti cognitivi e neurologici
Alcuni studi sperimentali su animali hanno osservato alterazioni biologiche in condizioni di esposizione prolungata e a livelli superiori rispetto a quelli tipici domestici. Tuttavia, tali risultati non sono stati replicati in modo coerente sugli esseri umani.
Le ricerche cliniche sull’uomo non hanno finora dimostrato un impatto significativo del Wi-Fi su memoria, concentrazione o funzioni cognitive, soprattutto ai livelli di esposizione reale presenti nelle case.
3. Sonno e disturbi aspecifici
Una parte del dibattito pubblico riguarda possibili disturbi del sonno, mal di testa, stanchezza cronica o irritabilità attribuiti al Wi-Fi. Gli studi controllati in doppio cieco, nei quali i partecipanti non sanno se il segnale è attivo o meno, mostrano che i sintomi riferiti non risultano correlati in modo sistematico alla presenza effettiva del segnale.
Questo fenomeno è spesso associato all’“effetto nocebo”, cioè la comparsa di sintomi reali indotti dalla convinzione di essere esposti a un fattore dannoso.
Il tema dell’elettrosensibilità
Una condizione spesso citata è la cosiddetta elettrosensibilità, o ipersensibilità elettromagnetica. Non si tratta di una diagnosi riconosciuta universalmente come patologia organica, ma di un insieme di sintomi (cefalea, nausea, vertigini, difficoltà di concentrazione) che alcune persone attribuiscono ai campi elettromagnetici.
Le principali organizzazioni sanitarie ritengono che, pur essendo i sintomi reali e meritevoli di attenzione clinica, non vi siano prove che siano causati direttamente dall’esposizione ai campi elettromagnetici a bassa intensità. La gestione terapeutica si orienta più verso supporto psicologico e valutazione multifattoriale che verso l’eliminazione totale delle fonti wireless.
Bambini e Wi-Fi: c’è un rischio maggiore?
Uno dei timori più diffusi riguarda l’esposizione dei bambini, considerati più vulnerabili. I limiti di sicurezza attualmente in vigore includono ampi margini cautelativi e sono pensati per proteggere l’intera popolazione, inclusi i soggetti più sensibili.
Le misurazioni effettuate nelle scuole e nelle abitazioni mostrano che i livelli di esposizione sono generalmente molto inferiori ai limiti raccomandati. Non esistono al momento evidenze solide che dimostrino effetti negativi specifici nei bambini legati al Wi-Fi domestico.
Quanto incide davvero il router di casa
Un aspetto poco noto riguarda l’intensità del segnale. L’esposizione a un router diminuisce rapidamente con la distanza. A un metro di distanza, il livello di campo elettromagnetico è già drasticamente ridotto rispetto a quello vicino all’antenna.
Inoltre, il Wi-Fi non trasmette in modo continuo alla massima potenza: il segnale è intermittente e si attiva principalmente durante il trasferimento dati. Questo comporta un’esposizione media ancora più bassa rispetto ai valori teorici massimi.
Paradossalmente, in molti contesti urbani l’esposizione ambientale complessiva può essere influenzata più dalle antenne di telefonia mobile esterne che dal router domestico, sebbene anch’esse restino entro limiti normativi stringenti.
Precauzione o allarmismo?
Il principio di precauzione invita a monitorare costantemente gli effetti delle tecnologie emergenti. La ricerca prosegue, soprattutto in vista della diffusione del 5G e dell’Internet of Things. Tuttavia, alla luce delle conoscenze attuali, non vi sono prove che giustifichino un allarme sanitario legato al Wi-Fi nelle abitazioni.
Per chi desidera comunque ridurre ulteriormente l’esposizione, alcune semplici misure possono essere adottate senza cadere nell’allarmismo:
• posizionare il router lontano dalla testata del letto
• spegnerlo durante la notte se non necessario
• preferire connessioni cablate per dispositivi fissi
• evitare l’uso prolungato di dispositivi wireless a contatto diretto con il corpo
Si tratta di accorgimenti prudenziali, non di interventi richiesti da evidenze di rischio concreto.
Il nodo della comunicazione scientifica
Il tema del Wi-Fi si inserisce in un contesto più ampio di percezione del rischio tecnologico. Spesso la rapidità dell’innovazione supera la capacità del pubblico di comprenderne i meccanismi, generando diffidenza.
La comunicazione scientifica gioca un ruolo centrale: distinguere tra ipotesi preliminari e conclusioni consolidate è fondamentale per evitare sia minimizzazioni superficiali sia allarmismi infondati.
In conclusione: il Wi-Fi domestico fa male?
Alla domanda iniziale, la risposta basata sugli studi più recenti è chiara: non esistono prove scientifiche solide che dimostrino che il Wi-Fi domestico, ai livelli di esposizione tipici delle abitazioni, provochi danni alla salute. La ricerca continua e il monitoraggio resta attivo, ma le evidenze attuali indicano che i livelli di campo elettromagnetico generati dai router domestici sono ampiamente inferiori alle soglie considerate pericolose.
In un’epoca in cui la connessione è parte integrante della vita quotidiana, l’approccio più equilibrato è quello informato: conoscere i dati, comprendere i limiti della scienza e adottare eventuali misure prudenziali senza cedere a paure non supportate dalle evidenze
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