il viaggio continua verso ovest
Ci lasciamo alle spalle Gorizia e puntiamo verso Cormons, punto di partenza della seconda giornata in sella. Bastano poche pedalate tra le vie del centro perché il paesaggio cambi passo e si apra sulla campagna friulana.

Tra il verde delle colline spicca una grande costruzione d’un bianco abbacinante: è l’Abbazia di Rosazzo, che ospita la più antica cantina d’invecchiamento della regione e la sede dell’azienda vinicola Felluga. Intorno, il paesaggio è segnato dai filari di vite che si alternano a coltivazioni di ulivi, una presenza testimoniata anche dal nome della località di Oleis.
Con le nuvole che si anneriscono sempre di più superiamo San Giovanni al Natisone e in poco tempo imbocchiamo la Ciclovia Pedemontana FVG3. E, nel frattempo, la natura non smette di stupire: capita di scorgere una coppia di lepri che corrono, ombre veloci tra i campi di papaveri, o un airone cenerino che bagna le sue piume in uno dei fiumiciattoli lungo la strada.

Il territorio tra Gorizia e Pordenone si distingue anche per la varietà architettonica: ville venete di impronta palladiana convivono con manieri di origine germanica, come il Castello di Strassoldo. «Una peculiarità di quest’area», spiega la guida Anna Santellani.
Dopo circa 25 chilometri e un paio d’ore di pedalata, raggiungiamo Cividale del Friuli. Fondata da Giulio Cesare nel 50 a.C. – oggi celebrato da una statua bronzea in una delle piazze del paese – la città divenne il primo ducato longobardo in Italia.

A questo popolo fiero e guerriero è dedicato ampio spazio nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale. “Quelli dalle lunghe barbe”, come venivano chiamati, erano combattenti temibili, che venivano spesso sepolti insieme ai loro cavalli, ma anche straordinari artigiani dell’oro.

Lasciata la città dei Longobardi, il viaggio riprende verso Venzone, ai piedi delle Prealpi Giulie. Un crocevia ideale per il turismo lento, attraversato anche dalla Ciclovia Alpe Adria, che collega Salisburgo a Grado.
Fu il secondo paese più colpito dal terremoto del 6 maggio 1976, subito dopo Gemona. Eppure oggi si presenta intatta, ricostruita pietra dopo pietra anche grazie al riconoscimento ottenuto nel 1965 come Monumento Nazionale, in quanto unico esempio di borgo fortificato trecentesco della regione. «Ogni edificio era stato mappato: un dettaglio che si rivelò decisivo per la ricostruzione», spiega Santellani.


Ma il vero motore della rinascita sono stati i suoi abitanti. «Questa è una città che ha conosciuto la distruzione totale – racconta la guida con voce carica di emozione – ed è stata ricostruita dall’amore dei suoi cittadini, fedeli al passato». Fondamentale anche il contributo dei “Fogolârs furlans” nel mondo: dalla comunità americana arrivarono in pochi giorni milioni di lire, mentre la solidarietà internazionale si spinse fino al Pakistan, che inviò tanti pacchi di riso.
Nel Duomo di Sant’Andrea, uno degli edifici martoriati dal sisma, incontriamo anche chi quel terremoto lo ha vissuto sulla propria pelle. «All’inizio i soccorritori non volevano nemmeno cercarci: pensavano fossimo tutti morti – ricorda Aldo Di Bernardo, oggi ingegnere sismico, all’epoca solo un bambino. – Mia madre e mio fratello si salvarono riparandosi dietro un armadio: senza quello, il tetto li avrebbe travolti».
Ultima tratta in van, complice il maltempo, destinazione San Daniele del Friuli. Nel cuore della regione, questa cittadina è sinonimo di eccellenza gastronomica – chi non conosce il celebre prosciutto che si scioglie in bocca? – ma anche di cultura. Qui si trova la Biblioteca Guarneriana, la più antica del Friuli, che custodisce tesori preziosi come codici miniati e una rara edizione della Divina Commedia risalente al XIV secolo.
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