Il Tevere “mangia” il Parco del Foro Italico
La piena è arrivata silenziosa, dopo settimane di pioggia battente, e si è ripresa ciò che il fiume non ha mai davvero smesso di considerare suo.
Il Tevere è tornato a sommergere le banchine e il conto, questa volta, lo ha presentato al nuovo Parco d’affaccio del Foro Italico, inaugurato appena lo scorso giugno.
Dopo le precipitazioni incessanti delle prime settimane del 2026, l’area realizzata tra il II e il XV Municipio è finita sott’acqua, riaccendendo le polemiche sulla fragilità degli interventi permanenti in zone ciclicamente soggette a esondazione.
L’allerta della Protezione Civile, che già due giorni fa invitava alla massima prudenza e a tenersi lontani dalle banchine, non è bastata a evitare i danni.
L’impatto della piena
Il sopralluogo effettuato con il parziale ritiro delle acque restituisce un’immagine ben diversa da quella patinata dell’inaugurazione.
Le attrezzature ginniche installate nella parte più bassa della banchina – la più esposta – non hanno retto alla forza della corrente. Una stazione fitness è stata trovata sradicata e riversa al suolo. Attorno, uno strato spesso di fango ricopre l’intera superficie.
È la “fanga”, come la chiamano i frequentatori abituali delle sponde del Tevere: una fanghiglia viscida, difficile da rimuovere senza interventi specialistici e costosi. Il video-denuncia circolato nelle ultime ore mostra un terreno instabile, scivoloso, di fatto impraticabile per pedoni e ciclisti.
L’area, al momento, è inagibile.
Un investimento da 2 milioni sotto esame
Il Parco d’affaccio del Foro Italico è uno degli interventi simbolo finanziati con fondi giubilari per la riqualificazione del fiume, promossi da Roma Capitale in vista del Giubileo 2025.
Un investimento complessivo di 2 milioni di euro che ha trasformato 1,6 ettari di banchina in uno spazio pubblico per pedoni, ciclisti e sportivi.
Proprio la scelta di collocare macchinari fissi per l’area fitness nella zona più prossima al fiume è oggi al centro delle critiche. Il Tevere, soprattutto negli ultimi anni, ha mostrato piene sempre più frequenti e improvvise.
La domanda che rimbalza tra residenti e frequentatori è semplice: era opportuno installare strutture permanenti in un’area naturalmente destinata a finire sott’acqua?
C’è poi il tema della manutenzione. Ogni piena lascia sedimenti, detriti, rifiuti. La pulizia straordinaria richiede risorse e tempi rapidi per evitare che lo spazio diventi una trappola scivolosa. Senza un piano di gestione strutturato, il rischio è che l’area fitness si trasformi in un cantiere ciclico.
La vicenda riapre così un nodo antico: come conciliare la volontà di restituire il Tevere ai cittadini con la sua natura di fiume vivo, soggetto a piene periodiche?
La riqualificazione delle sponde resta una sfida urbana cruciale. Ma ogni intervento, oggi più che mai, deve fare i conti con l’acqua.
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