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Il tesserino e la spia: così Pechino si muove nel cuore dell’Europa

L’arresto di un cittadino cinese accusato di spionaggio in Repubblica Ceca ha riacceso i riflettori su una minaccia che da anni attraversa l’Europa. L’uomo, attivo a Praga con un profilo apparentemente innocuo, non operava nell’ombra dei servizi segreti tradizionali, ma alla luce del sole: accreditato come giornalista, con contatti regolari nel mondo politico e istituzionale. Secondo le autorità ceche, dietro il tesserino stampa si nascondeva un’attività di raccolta sistematica di informazioni per conto di Pechino. Il caso arriva in un momento politicamente delicato, mentre diversi governi europei – inclusi quelli dell’Europa centrale – parlano apertamente di “normalizzare” o rafforzare i rapporti con la Cina. È proprio in questa zona grigia, tra diplomazia, informazione e soft power, che si inserisce la strategia cinese. Un modello che si ripete da Praga a Berlino, da Bratislava a Bruxelles, e che solleva interrogativi sempre più urgenti sulla vulnerabilità delle democrazie europee.

Spie cinesi in Europa?

Secondo quanto ricostruito dalla testata ceca Seznam Zpravy, il cittadino cinese arrestato operava da anni come corrispondente del Guangming Daily. Accreditato dal ministero degli Esteri ceco, aveva intervistato politici cechi e slovacchi noti per posizioni pragmatiche o concilianti verso Pechino, evitando sistematicamente interlocutori critici o allineati alle posizioni più dure dell’Unione europea.

Le interviste, ha scritto il citato giornale, servivano a veicolare all’esterno un’immagine di un’Europa centrale “emancipata” da Bruxelles e aperta a una cooperazione strategica con la Cina. In Germania, un caso simile ha coinvolto un assistente parlamentare europeo accusato di spionaggio. Gli esperti di intelligence parlano di un uso strutturale dei media di Stato cinesi come copertura per attività informative: non solo raccolta di dati sensibili, ma soprattutto mappatura delle reti di potere, delle fragilità politiche e delle divergenze interne all’Europa.

L’allarme che scuote Buxelles

Il caso ceco mostra anche un altro problema strutturale: la risposta europea è frammentata. Mentre i servizi di sicurezza avvertono da anni dei rischi legati all’influenza cinese – dal cyber-spionaggio alle operazioni di disinformazione – la politica procede spesso in ordine sparso. Alcuni governi rafforzano i controlli sugli investimenti strategici e sulle tecnologie sensibili, altri parlano di rilancio dei rapporti economici con Pechino come se la dimensione della sicurezza fosse separabile da quella commerciale.

La Cina, dal canto suo, sfrutta abilmente questa ambiguità. La legge cinese obbliga cittadini e aziende a collaborare con i servizi di intelligence, rendendo labile ogni distinzione tra attività civile e interesse statale. Eppure, in molti contesti europei, questo dato viene ancora minimizzato.

L’arresto di Praga è il primo applicato secondo una nuova norma che punisce la collaborazione con potenze straniere, ma

resta un’eccezione più che la regola. La domanda di fondo rimane aperta: quanto è preparata l’Europa a difendersi da una simile minaccia? L’allarme spionaggio cinese non riguarda un singolo Paese, ma l’intero spazio europeo.


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