Il sistema industriale torni centrale nell’agenda pubblica
Le difficoltà in cui versa il sistema industriale italiano, testimoniate dal trend quasi ininterrotto di riduzione dell’indice della produzione industriale negli ultimi due anni, segnalano il rischio reale che l’economia italiana si adagi in un pericoloso processo di deindustrializzazione. È sorprendente che su questo tema non ci sia la dovuta attenzione delle forze politiche di maggioranza e di opposizione: i provvedimenti – tra i quali Industria 4.0 e Credito d’imposta Sud – che nella parte finale della legislatura 2013-18 diedero avvio a una fase di ripresa degli investimenti si sono successivamente scontrati con le esitazioni sul versante del rifinanziamento e con l’appesantimento delle procedure autorizzatorie, come nel caso di Transizione 5.0, che ne hanno limitato l’efficacia.
La campagna elettorale per le elezioni regionali deve essere l’occasione per rimettere al centro il tema sollecitando Governo e Parlamento nazionali, cui spettano gli indirizzi e gli strumenti chiave della politica industriale, con l’impegno a una reindustrializzazione “dal basso” come parte di una nuova politica regionale di sviluppo. Uno di noi (Buti con Casini Benvenuti e Petretto, il Sole 24 Ore, 4 settembre) ha promosso un Manifesto sulla reindustrializzazione della Toscana che ha dato il là ad un esteso dibattito fra le forze sociali, economiche e culturali della regione. Contributi simili stanno emergendo anche in altre regioni che andranno al voto nelle prossime settimane.
La reindustrializzazione non è fine a sé stessa ma è uno strumento chiave per conciliare crescita ed equità: aumenta l’occupazione stabile e i salari; con la pressione della concorrenza erode gli extra-profitti e le rendite, favorendo una redistribuzione a favore dei redditi da lavoro e una riduzione delle disuguaglianze; la riallocazione dei fattori di produzione verso settori del manifatturiero e del terziario con più alti salari e più alta produttività gioca un ruolo essenziale per uscire dalla “trappola delle tecnologie mature”.
Nella concezione di una strategia per la reindustrializzazione, bisogna chiarire cosa non fare. Primo, contrapporre manifattura e terziario. Se i servizi di welfare, come scuola e sanità, svolgono a monte un ruolo importante di formazione e cura del capitale umano, un ruolo fondamentale lo svolgono, in questo caso all’interno stesso dei processi produttivi, i servizi cosiddetti ad alto valore aggiunto, ad alta intensità di skills e tecnologia digitale. Secondo, non bisogna alimentare una reazione di rigetto verso la transizione verde: la sostenibilità non riflette solo un’esigenza etico-morale, ma sostiene un progetto di crescita economica, dove nuovi materiali, clean tech, economia circolare sono la base necessaria di un nuovo sviluppo industriale che innovi sia sul processo che sul prodotto. Terzo, non ha senso puntare sulla mera deregolamentazione: non abbiamo bisogno di assenza di regole, piuttosto dobbiamo curare l’assetto dei mercati con una regolamentazione pro-concorrenziale e una semplificazione che sgomberi il campo dalle superfetazioni amministrative e dagli effetti paralizzanti della sindrome NIMBY.
Come perseguire questo ambizioso disegno? Il Manifesto sulla Toscana propone un nuovo partenariato che parta dalle forze sociali e istituzionali, ma si allarghi per comprendere le università, i centri di ricerca, le eccellenze presenti nelle regioni, coinvolgendo anche i nuovi imprenditori che operano alla frontiera della tecnologia. Il metodo può essere generalizzato alle altre realtà territoriali. Nel Mezzogiorno esso trova una declinazione specifica: si tratta di far leva sulle realtà d’impresa che sono andate prendendo corpo negli ultimi trent’anni per dare nuovo impulso all’insieme del tessuto produttivo, riprendendo così il filo di quell’industrializzazione interrottasi troppo presto negli anni Ottanta del secolo scorso.
Source link




