il segreto per trasformare l’esperienza in apprendimento

Si passa così dal semplice “ho fatto” al “come ho fatto?”, dal “è andata bene” al “perché è andata bene?”, dal “ho sbagliato” al “che cosa mi ha portato a compiere questa scelta?”. È proprio in questo spazio di consapevolezza che l’esperienza si trasforma in apprendimento. È il principio alla base dell’automiglioramento continuo: agire, riflettere, comprendere, modificare e tornare ad agire.
Ma come sviluppare questa abilità? In primis diventando curiosi verso il proprio modo di funzionare: riconoscere quali strategie utilizziamo, quali convinzioni orientano le nostre decisioni e quali comportamenti producono determinati effetti.
Questa prospettiva assume un significato particolarmente attuale nelle organizzazioni, dove l’overload informativo e la diffusione dell’intelligenza artificiale stanno rendendo sempre più importante la capacità di rivedere continuamente ciò che sappiamo. Il lavoro, oggi, non richiede più soltanto di applicare competenze, ma anche di saperle adattare e metterle in discussione.
Il professionista riflessivo
È proprio qui che si inserisce il concetto di professionista riflessivo sviluppato dal filosofo americano Donald Schön. L’esperienza professionale, secondo questa prospettiva, non consiste semplicemente nell’applicare conoscenze e competenze, ma nella capacità di riflettere su ciò che accade mentre si agisce. Di fronte a una situazione nuova o imprevista, il professionista riflessivo non si limita ad applicare una soluzione già conosciuta: osserva, interpreta, sperimenta e, sulla base di ciò che accade, modifica il proprio modo di intervenire. L’esperienza diventa così occasione di apprendimento e miglioramento.
Lo stesso principio può essere osservato anche a livello organizzativo. Lo studioso di sviluppo organizzativo Chris Argyris e Donald Schön hanno evidenziato come un’organizzazione possa apprendere di più quando non si limita a correggere gli errori ma mette in discussione gli assunti, le regole e i modelli mentali che hanno contribuito a generarli. La differenza è sostanziale: nel primo caso correggiamo l’azione senza necessariamente cambiare il modo in cui interpretiamo il problema; nel secondo ci chiediamo se siano proprio le nostre convinzioni o le nostre modalità abituali di affrontare una situazione a dover essere ripensati.
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