Calabria

Il sangue scorre nella Sibaritide e il silenzio mantenuto dal padrino dopo l’agguato

Il boss non parla. A carabinieri e magistrati non ha nulla da dire: il buio e la concitazione della sparatoria lo aiutano a tener fede a uno dei principi cardine della subcultura della ’ndrangheta: il silenzio. Non ha visto nulla e non sa come spiegarsi l’accaduto. Ventisei anni di carcere insegnano tante cose e anche quando il dolore è fortissimo perchè qualcuno ha ucciso la tua compagna al tuo posto, le “regole” non cambiano. Con gli uomini in divisa non sono possibili interlocuzioni. La storia della criminalità organizzata calabrese è colma di parole mai pronunciate.

Damiano Pepe, detto “Tripolino”, pur con le ferite appena suturate e con in testa ancora il dolore lancinante cagionato dal piombo rovente ricevuto in corpo, non rinuncia a essere un capobastone. L’ultimo urlo straziante lanciato da Silvana, compagna di vita, gli impedisce forse di riposare ma non l’induce a parlare. D’altronde era…buio.
Nel secolo scorso, un grande cronista di Gazzetta del Sud, Luigi Malafarina, svelò l’esistenza di un brocardo posto a motore di tanti fatti di sangue legati alle faide combattute nella nostra regione, recitava così: “Il perdono dei forti è la vendetta”. Un principio inaccettabile da una comunità civile ma purtroppo sempre in voga in certi ambienti.
La Sibaritide ha già conosciuto la violenza e i lutti provocati da una guerra di mafia: proprio Pepe, il tre ottobre del 2022, ha perso il fratello, Eduardo, ammazzato in auto insieme a Fioravante Abbruzzese. Quest’ultimo era, peraltro, stretto congiunto del suo attuale genero, Nicola Abbruzzese, detto “semiasse”. La sua famiglia conosce, dunque, la devastante forza di certi dolori.


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