Il regista di Le Ali della Libertà e Il Miglio Verde svela perché ha rifiutato La Torre Nera
Per anni, nel folklore del cinema e tra gli appassionati di Stephen King, ha circolato una versione dei fatti che dipingeva Frank Darabont come il regista che voleva disperatamente adattare La Torre Nera, solo per vedersi chiudere la porta in faccia dall’autore. Una storia romantica, quasi struggente: il maestro dell’adattamento kinghiano, colui che aveva trasformato Le Ali della Libertà e Il Miglio Verde in classici immortali, respinto proprio dall’universo narrativo più ambizioso e complesso dello scrittore del Maine. Ma la verità, come spesso accade, è più sfumata e decisamente più interessante.
Durante una recente intervista con IndieWire, Darabont ha finalmente fatto chiarezza su quella che definisce una delle conversazioni più oneste e difficili della sua carriera. Non fu Stephen King a rifiutarlo. Fu lui a dire no a King. Una distinzione apparentemente sottile, ma che racconta molto sulla pressione creativa, sull’onestà intellettuale e sui limiti che anche i più grandi artisti devono riconoscere in se stessi.
Tutto iniziò con una telefonata. Stephen King, che aveva già visto Darabont trasformare i suoi racconti e romanzi in capolavori cinematografici, gli propose di prendere in mano la sua opera magna: La Torre Nera. Un ciclo di otto libri che mescola western, fantasy, horror e fantascienza, seguendo il pistolero Roland Deschain nella sua ossessiva ricerca della misteriosa Torre Nera attraverso universi paralleli. Un’opera che lo stesso King considera il cuore pulsante di tutta la sua produzione letteraria, dove convergono personaggi e riferimenti di quasi tutti i suoi altri lavori.
La reazione iniziale di Darabont fu di gratitudine e, come lui stesso ammette, di profondo onore. Ma dietro quella prima emozione positiva si affacciò rapidamente una consapevolezza lucida e spietata. “Gran parte di quella storia è così interiorizzata, così nella testa dei personaggi“, ha spiegato il regista. “Ed è anche questa storia massiccia e infinita. Ho pensato: oddio, questo potrebbe richiedere i prossimi dieci anni della mia vita e mancare comunque il bersaglio, perché è una cosa diabolicamente difficile da adattare“.
Non si trattava solo di una questione tecnica o di complessità narrativa. Darabont era, a quel punto della sua carriera, semplicemente esausto. Aveva passato anni a lavorare su progetti intensi, emotivamente drenanti, e riconosceva in sé i segnali di un burnout creativo. L’idea di impegnarsi in quello che avrebbe potuto diventare il progetto più ambizioso e rischioso della sua vita lo paralizzava più che stimolarlo. “Sarei rimasto congelato sul posto se l’avessi fatto“, ha confessato.
La conversazione con King, stando al racconto di Darabont, fu caratterizzata da quella gentilezza e comprensione che chi conosce lo scrittore riconosce come tratti distintivi della sua personalità. “Steve, ti voglio bene… Grazie per avermelo chiesto, ma devo dire di no“. E King, da professionista e amico qual è, accettò il rifiuto senza pressioni, passando oltre. Fine della storia. O quasi.
Perché qualche anno dopo, durante un’altra delle loro conversazioni casuali, Darabont chiese a King come stessero procedendo le cose con La Torre Nera. Forse il tempo aveva attenuato la stanchezza, forse la prospettiva era cambiata. “Non so, forse potrei riconsiderare“, disse al telefono. La risposta di King fu semplice e definitiva: “Oh no, ormai è con qualcun altro“. È probabilmente in quel momento, ipotizza Darabont, che nacque la confusione su chi avesse rifiutato chi. Due conversazioni separate, ricordate in modo frammentario, che nel tempo si fusero in un’unica narrativa distorta.
La Torre Nera finì effettivamente nelle mani di qualcun altro. Nel 2017, il regista danese Nikolaj Arcel portò sullo schermo una versione condensata della saga, con Idris Elba nei panni di Roland e Matthew McConaughey come antagonista Walter Padick. Il cast era di prima classe, le aspettative altissime. Il risultato fu un disastro critico e commerciale: un 16% su Rotten Tomatoes da parte della critica e un tiepido 44% dal pubblico. Il film cercò di comprimere migliaia di pagine in 95 minuti, perdendo per strada la profondità, la complessità e la magia che rendevano quei libri così amati.
La preoccupazione di Darabont, insomma, non era infondata. Adattare La Torre Nera è oggettivamente diabolico. I libri sono pieni di flashback, realtà alternative, meta-narrazioni dove King stesso diventa un personaggio. Roland è un antieroe taciturno il cui viaggio è tanto esteriore quanto interiore. Come si traducono decenni di costruzione del mondo e sviluppo dei personaggi in un formato cinematografico o televisivo senza tradire l’essenza dell’opera?
Ora, quella sfida è passata a Mike Flanagan, un altro fedele adattatore delle opere di King. Flanagan ha già dimostrato di saper maneggiare il materiale kingiano con sensibilità e intelligenza: Gerald’s Game, Doctor Sleep, e il recente The Life of Chuck ne sono la prova. Dal 2022 è ufficialmente al lavoro su una serie televisiva dedicata a La Torre Nera, un formato che potrebbe finalmente dare all’opera lo spazio e il tempo che merita. Ma anche Flanagan ha ammesso che il progetto sta richiedendo “molto tempo”, in parte a causa delle difficoltà nel gestire i diritti di alcuni personaggi che attraversano l’universo kingiano.
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