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Il piano segreto del Mossad, la rivolta mancata e i raid: spunta il retroscena sulla guerra in Iran

Il piano per raggiungere un regime change in Iran attraverso l’operato del Mossad, che avrebbe dovuto “innescare una rivolta interna” per abbattere il regime teocratico degli ayatollah, dopo una decapitazione “dal cielo”, è fallito. O è stato quanto meno accantonato. Secondo quanto riportato oggi dal New York Times, che ha intervistato più di una dozzina di funzionari al corrente dei fatti, le speranze che il presidente americano Donald Trump riponeva nelle capacità degli israeliani, considerati da buona parte dell’opinione pubblica statunitense i veri promotori dell’escalation in Medio Oriente, erano mal riposte.

All’inizio della quarta settimana di guerra, dopo aver colpito oltre 10.000 obiettivi militari e governativi nella campagna aerea congiunta condotta dalla coalizione israelo-statunitense, il regime di Teheran sembra aver perso le sue figure apicali, ma nessun genere di consenso da parte del popolo, che ora deve fare i conti con le bombe. Stando alle valutazioni dell’intelligence americana e israeliana, la conclusione è che il “governo teocratico iraniano è indebolito ma intatto”. L’infiltrazione di centinaia di spie del Mossad per destabilizzare l’Iran dall’interno e reclutare agenti provocatori non ha ottenuto il successo sperato.

Il vertice dell’intelligence israeliana per le operazioni all’estero, David Barnea, aveva garantito al primo ministro Benjamin Netanyahu che il Mossad, che muove le sue pedine da prima dello scorso giugno, quando è stata lanciata l’operazione Rising Lion, sarebbe stato “in grado di galvanizzare l’opposizione iraniana, innescando rivolte e altri atti di ribellione che avrebbero potuto persino portare al crollo del governo iraniano”. Ma così non è stato. Dando ragione al suo predecessore, Yossi Cohen, che aveva finito per concludere che “tentare di fomentare una ribellione all’interno dell’Iran era una perdita di tempo”, ordinando di ridurre al minimo le risorse dedicate a tale scopo. Le analisi su “quanti cittadini iraniani avrebbero dovuto partecipare alle proteste” affinché queste rappresentassero una vera minaccia per il regime consideravano numeri analoghi a quelli raggiunti durante la rivoluzione iraniana del 1979, difficilmente raggiungibili.

La serie di operazioni di intelligence e guerra psicologica volte a incoraggiare il cambio di regime, che si ritiene possano aver coinvolto anche la Cia, non sono bastate ad allargare le rivolte spontanee, represse nel sangue dal Basij, la forza paramilitare agli ordini dell’ayatollah, e la campagna di bombardamenti deve aver influito negativamente sui moti di piazza, portando la popolazione verso una reazione inversa. E questo nonostante la decapitazione del regime, che ha sopportato la morte della guida suprema Ali Khamenei e di figure apicali come il capo della Basij, Gholamreza Soleimani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano Ali Larijani e gran parte dei rappresentanti della Difesa, compresi i vertici del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica.

Alti funzionari americani e analisti dell’intelligence militare israeliana, l’Aman, hanno sempre “guardato con scetticismo al piano israeliano per una rivolta di massa durante il conflitto”, scrive il New York Times, sottolineando come i vertici militari statunitensi avessero avvertito il Presidente che “gli iraniani non sarebbero scesi in piazza a protestare mentre Stati Uniti e Israele bombardavano”. Un’analisi che fa spavento per la sua ovvietà.

Un funzionario statunitense del team di negoziatori dell’inviato speciale della Casa Bianca per le questioni mediorientali Steven Witkoff ha dichiarato di non aver “mai visto un piano serio per promuovere una rivolta interna in Iran” da parte del governo statunitense nei suoi “molti anni di lavoro sulla politica iraniana”.

Il fattore paura, di essere uccisi dalle milizie degli ayatollah o dalle bombe israeliane o americane, ha congelato ogni rimostranza nella popolazione iraniana, che è scesa in piazza tra dicembre e gennaio, quando il Mossad scriveva in farsi: “Scendiamo insieme in piazza. È giunto il momento. Siamo con voi”, sostenendo di essere presente “sul campo” insieme ai manifestanti iraniani, mentre l’ex capo della CIA Mike Pompeo postava su X: “Buon anno a tutti gli iraniani in piazza. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco”.

Se Washington e Tel Aviv speravano di fomentare una “rivolta diffusa” lasciando l’Iran a fare i conti con se stesso all’interno del Paese, ora si trovano a dover affrontare un conflitto che si sta estendendo a tutto il Medio Oriente, con ripercussioni gravissime per il sistema energetico ed economico. Invece di “implodere dall’interno”, il governo iraniano ha esacerbato il conflitto, mettendo nel mirino dei suoi droni suicidi e dei suoi missili non solo gli asset militari statunitensi sparsi nel Golfo Persico, ma tutte le infrastrutture vulnerabili, bloccando — come ci si aspettava — le rotte marittime che passano per lo stretto strategico di Hormuz e congelando di conseguenza l’approvvigionamento di petrolio e gas per molti attori internazionali, facendo precipitare l’economia della regione.

Mentre il premier israeliano Netanyahu continua ad affermare che la campagna contro l’Iran potrebbe entrare in una “nuova fase” che prevede operazioni terrestri per conseguire gli obiettivi prefissati — la distruzione del programma nucleare e missilistico iraniano — a Washington l’ottimismo per una risoluzione vantaggiosa di questo conflitto si fa sempre più tiepido, nonostante i “colloqui molto buoni e produttivi” per risolvere le ostilità annunciati da Trump per posticipare il suo ultimatum, e che, come prevedibile, sono stati immediatamente smentiti da Teheran per indicare una “marcia indietro” dell’America.

Funzionari americani informati sulle valutazioni dell’intelligence prima della guerra hanno affermato che la CIA aveva valutato una serie di possibili sviluppi all’interno dell’Iran once iniziato il conflitto. Le agenzie di intelligence consideravano un crollo totale del governo iraniano un esito relativamente improbabile, e la loro previsione sembra essersi rivelata “fondata”. Sebbene altri funzionari americani a conoscenza dei report dell’intelligence affermano che una delle ipotesi prese in seria considerazione prevede che “elementi armati del governo iraniano potrebbero rivoltarsi l’uno contro l’altro o intraprendere azioni che potrebbero scatenare una guerra civile”.

Secondo i rapporti, è più probabile che queste fazioni “sostengano gruppi rivali di leader religiosi, piuttosto che rappresentare un movimento democratico”, allontanando, anche in questo senso, un futuro democratico per l’antica Persia.


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