Cultura

Il peso del vuoto: i Gorillaz e l’inconsistenza come spettacolo

Ogni epoca di decadenza incorona i propri pagliacci. Non li subisce: li applaude. Li cerca. Li finanzia. Li spinge in prima fila. Li trasforma in fenomeno da classifica, in algoritmo virale, in colonna sonora perfetta per anestetizzare il presente.

Il declino non ama il silenzio, ma nemmeno la profondità; ha, invece, bisogno di distrazione permanente. Ha bisogno di volti caricaturali che tengano occupata l’attenzione, mentre il linguaggio si svuota e la realtà si incattivisce. Così il pagliaccio non è più figura laterale, sovversiva, corrosiva. Diventa centro del palco. Diventa norma. Diventa funzionale al potere mediatico.

Non è un caso. Ogni sistema in tensione – economica, politica, militare – tende a premiare ciò che non disturba davvero. Il rumore sì, il conflitto no. L’eccesso sì, la complessità no. La caricatura sì, la coscienza no. In un clima bellicoso e reazionario, come quello attuale, l’industria culturale non cerca crepe, ma cerca valvole di sfogo. E cosa c’è di meglio di una comicità regressiva, di una demenzialità elevata a poetica, di un nonsense che non mette mai, realmente, in discussione l’ordine delle cose?

C’è chi, con lessico da tesi universitaria fuori tempo massimo, chiama tutto questo “situazionismo”, come se bastasse evocare la disillusione dei tempi moderni per nobilitare il vuoto pneumatico. C’è chi parla di miracolo pop, di superamento della forma-canzone, di sabotaggio ironico del linguaggio e dei suoi luoghi comuni. Si evocano genealogie colte, si scomodano avanguardie storiche, si parla di post-qualcosa come se il prefisso bastasse a certificare la profondità. Ma la verità è molto meno sofisticata: la spazzatura resta spazzatura, anche quando la si incornicia con parole altisonanti.

L’ironia non è automaticamente intelligenza. L’assurdo non è automaticamente critica. E l’idiozia ostentata non è automaticamente sovversione.

La nuova musica demenziale non destabilizza il linguaggio: lo consuma. Non lo piega per rivelarne le contraddizioni, lo usa come materiale usa-e-getta. Accumula slogan, rumori, luoghi comuni, provocazioni a bassa intensità. Funziona perché è immediata, replicabile, meme-compatibile. Funziona perché non richiede sforzo, non chiede ascolto, non pretende memoria. È perfetta per un ecosistema mediatico fondato sulla velocità e sull’indignazione intermittente. Nei mari in burrasca non emergono perle, ma affiora ciò che galleggia perché non ha peso. La tempesta politica e culturale che stiamo attraversando non sta producendo talento, solamente esposizione. Non seleziona la qualità, si limita ad amplificare l’estremo. E quando le onde riportano a riva ciò che era stato gettato lontano, ci ritroviamo davanti non ad una rivoluzione artistica, musicale ed estetica, bensì a un accumulo di detriti culturali scambiati per avanguardia.

La demenzialità diventa un paravento. Permette di dire tutto senza dire, in realtà, assolutamente nulla. Di sembrare irriverenti restando fondamentalmente innocui. Di giocare con il cattivo gusto senza mai trasformarlo in gesto politico accusatorio o in frattura reale. È una provocazione sterile: non incrina il sistema mediatico, lo nutre. Non mette in crisi l’economia della disattenzione, la alimenta. Non disturba il potere, lo intrattiene. In tempi confusi, il rumore e la cacofonia vengono venduti come libertà espressiva. L’inconsistenza e la superficialità come autenticità. Ma la provocazione, senza sostanza, non è rottura: è una scorciatoia. È la forma più comoda della resa. È l’illusione di essere fuori dal sistema, mentre si è perfettamente integrati nel suo meccanismo di consumo rapido e dimenticanza altrettanto rapida.

E così il pagliaccio diventa testimonial del vuoto. Ride mentre tutto si irrigidisce. Balliamo mentre il linguaggio si impoverisce. Ci sentiamo sovversivi mentre restiamo prevedibili.

E meno male che esistono ancora sogni ad occhi aperti come i Gorillaz: talmente inventati da risultare veri, l’unica espressione di verità in una bolla falsa di rancore e di risentimento sociale. Perché quando l’artificio è dichiarato, quando la maschera è progetto e non alibi, allora anche la finzione diventa linguaggio e il linguaggio torna ad avere peso, consistenza, valore. Non è il travestimento il nostro problema, non lo è mai stato e non lo sarà mai — è il vuoto che ci metti sotto.


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