Il Paese corre ma la Calabria cammina. Agenas: “12 presìdi sanitari rimandati”
Nella geografia dell’assistenza ospedaliera italiana, la Calabria resta una ferita aperta che continua a sanguinare. Ogni anno, come una febbre maligna, gli indicatori del Programma nazionale esiti di Agenas tornano a misurare la distanza tra ciò che dovrebbe essere garantito e ciò che, invece, non si riesce ad assicurare. L’edizione 2025 conferma la fotografia di un Paese che migliora, ma a velocità talmente diverse da far sembrare il Sud un territorio condannato a inseguire. E tra le regioni meridionali, la Calabria resta una delle più esposte con le sue storiche fragilità. Gli ospedali italiani valutati sono 1.117, e quasi uno su cinque non raggiunge gli standard minimi.
Il dato
In Calabria, dodici strutture vengono “rimandate”. Per loro significa audit (20 in tutto), revisione delle pratiche cliniche, obbligo di dimostrare progressi. Non sono grandi poli specialistici, ma realtà periferiche, fragili per definizione, spesso valutate su poche aree cliniche. In una regione dove la frammentazione geografica amplifica ogni ritardo, ogni distanza, ogni assenza di personale, quei numeri hanno il sapore amaro di un destino che si ripete. Eppure, il quadro non è solo ombra. Il Pne registra quattro realtà calabresi che quest’anno riescono a risalire la china: gli “Ospedali Riuniti” ex “La Madonnina” di Cosenza, la Casa di Cura “Cascini” di Belvedere Marittimo, l’Ospedale “San Giovanni di Dio” di Crotone, e il Policlinico “Madonna della Consolazione” di Reggio Calabria. Segnali che non cancellano la sofferenza del sistema, ma mostrano che, quando si impongono criteri chiari e si verifica l’aderenza agli standard, il miglioramento non è impossibile. Restano però dati difficili da ignorare. In ambito cardiocircolatorio, dove la tempestività salva la vita, la Calabria oscilla sotto le soglie minime: la proporzione di pazienti trattati con angioplastica entro 90 minuti dall’arrivo in ospedale scivola sotto il 60%. In alcune aree, il valore non raggiunge nemmeno il 40%. In caso di infarto, quei minuti non sono numeri: sono futuri compromessi, famiglie spezzate, vite che cambiano per sempre.
Ancora più dura la fotografia sulla mortalità dopo interventi alle valvole cardiache: la mediana nazionale scende al 2%, ma in Calabria supera il 4%, una soglia che rende evidente quanto la capacità di risposta clinica della regione sia in affanno. Nel trattamento dell’ictus ischemico, la mortalità a 30 giorni supera spesso la soglia fissata dal sistema di garanzia nazionale. Anche qui, la geografia pesa come un macigno. Non va meglio sul fronte materno-infantile: il taglio cesareo, da anni termometro dell’appropriatezza clinica, continua a superare in Calabria il 25%, mentre il Nord viaggia sfiorando gli standard internazionali del 15%. Significa una sanità che si difende ricorrendo a procedure più invasive di quanto sarebbe necessario, in parte per carenze organizzative, in parte per insufficienti volumi, in parte per un’abitudine che fatica a essere scardinata. E tuttavia, tra questi numeri si intravedono isole di eccellenza. Nell’area osteomuscolare, alcune strutture calabresi raggiungono livelli “molto alti” come l’Istituto Ortopedico del “Mezzogiorno d’Italia” di Reggio Calabria valutato su sei indicatori, la Casa di Cura “Scarnati” di Cosenza e “Villa del Sole” di Catanzaro su cinque. È la dimostrazione che la qualità può esistere anche dove le condizioni non la favoriscono.
Il Sud, e la Calabria in particolare, restano in coda. Il divario è netto e ripetuto: negli interventi oncologici complessi, nella gestione dell’urgenza, nella sicurezza del percorso nascita. È la storia di una terra dove l’assistenza ospedaliera migliora, sì, ma troppo lentamente per chi quella sanità la vive sulla propria pelle. Il Pne non è una classifica, ripetono da Agenas. È uno specchio. E ciò che si riflette è il volto provato della Calabria, segnato da anni di commissariamento e da carenze croniche di personale e di posti letto. Stigmate che nutrono l’esodo di pazienti che prosciugano risorse e fiducia. Ma dentro il Pne c’è anche la prova che, quando i presidi vengono guidati e accompagnati, la curva può risalire.
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