Il Nobel dell’economia, la scienza aperta e l’innovazione
Il Premio Nobel per l’Economia 2025 va a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, tre studiosi che hanno contribuito a definire il modo in cui comprendiamo il legame tra conoscenza, innovazione e crescita. Un riconoscimento meritato e atteso, che premia un filone di ricerca cruciale per interpretare le trasformazioni tecnologiche ed economiche del nostro tempo.
Il verdetto di Stoccolma segna anche una svolta simbolica: dopo decenni di attenzione ai modelli ed alla formalizzazione teorica, viene premiata un’economia che dialoga con la storia, la scienza e le altre discipline. In questo senso, si tratta di un riconoscimento anche a Joseph Schumpeter, padre ideale dell’analisi dell’innovazione, del concetto di distruzione creatrice e di un’analisi economica “out of equilibrium”, in cui gli attori economici non hanno informazioni perfette, possono agire irrazionalmente o non hanno comportamenti necessariamente ottimizzanti.
Joel Mokyr, storico dell’economia e autore di The Gift of Athena, ha messo in luce il ruolo della “conoscenza utile” come motore del progresso sin dalla prima Rivoluzione industriale. La sua distinzione tra episteme e techne e l’idea della conoscenza come bene pubblico globale restano di grande attualità in un’epoca in cui solo la ricerca può affrontare le sfide del cambiamento climatico e della transizione digitale e deve essere sempre più transnazionale. In The Republic of Letters, Mokyr ricorda come le reti di scienziati che attraversavano i confini europei abbiano reso possibile la modernità: un messaggio che oggi risuona forte, in un mondo che rischia di chiudersi.
Philippe Aghion e Peter Howitt, nella tradizione schumpeteriana, hanno invece lavorato sul nesso tra innovazione e crescita economica, elaborando modelli che spiegano come il progresso tecnico alimenti la dinamica di lungo periodo. Il loro lavoro si inserisce nel solco tracciato da giganti come Richard Nelson, recentemente venuto a mancare, Sidney Winter, Christopher Freeman e Giovanni Dosi, che già all’inizio degli anni Novanta parlavano di innovation-driven growth e di economie strutturalmente fuori dall’equilibrio.
Il Nobel di quest’anno riconosce dunque il valore di una ricerca multidisciplinare e critica, che considera la scienza e l’università come infrastrutture essenziali per lo sviluppo. È un messaggio particolarmente importante in un momento storico in cui la fiducia nella scienza vacilla e le istituzioni accademiche sono sotto pressione, soprattutto negli Stati Uniti.
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